Torniamo al Giardino delle Capinere di Ferrara per chiedere a Lorenzo Borghi, Responsabile Lipu sezione Ferrara, alcuni consigli su come comportarsi in caso si trovi un animale selvatico ferito e in difficoltà.
Dal canale Lo so alcuni consigli utili degli specialisti per una chioma perfetta.
Vi ricordiamo che, per la salute del vostro corpo e della Terra che abitiamo, potete scegliere soluzioni ecologiche anche nella vostra routine quotidiana! Cosmetici, shampoo, saponi… scegliete quelli plastic free ed ecologici!
Se dovessimo
descrivere in poche parole Fairbnb,basterebbe dire che si pone come un’opzione
più sostenibile rispetto a piattaforme come Airbnb, che offrono un servizio
simile per i viaggiatori alla ricerca di una sistemazione temporanea. La
differenza che salta immediatamente all’occhio è che, in questo caso e secondo
le promesse, al territorio rimangono
metà dei profitti.
Resta però
una questione aperta: la sharing economy porta indubbi vantaggi ma a
volte sa anche mietere vittime: gli alberghi lamentano di essere stati colpiti
duramente da questi nuovi competitor che si muovono su un terreno
normativo più agevole. Di sicuro al cliente non dispiace questa nuova forma di
ospitalità.
Fairbnb.coop nasce nel 2016. Tre anni fa era un movimento con l’obiettivo di creare un’alternativa alle piattaforme di home sharing esistenti che fosse equa.
Le città di
partenza sono state Venezia, Amsterdam e
Bologna, poi hanno iniziato ad aderire altri gruppi da tutta Europa che
hanno contribuito a sviluppare il modello finale che ad oggi è in fase di
attuazione.
Alla fine
dello scorso anno è stata creata una cooperativa che agisse da entità legale di
supporto al progetto, un’organizzazione aperta in cui si pensa di accogliere
altri aderenti.
Fairbnb.coop
si definisce come “una comunità di
cittadini attivi, ricercatori e persone provenienti dalle più varie esperienze
professionali che mirano a riportare la parola share (condivisione) nella sharing economy”.
L’idea alla
base è che la comunità ospitante va posta al centro e che vanno privilegiate le persone prima che il profitto.
Allo stesso tempo, l’offerta ai turisti è di esperienze di viaggio autentiche e sostenibili, con ricadute positive a livello sociale.
Secondo il
progetto, metà dei ricavi vanno
investiti in progetti di sostenibilità locali che mirano a contrastare gli
effetti negativi del turismo. Se i
profitti restano il più possibile all’interno delle comunità e dei territori
la piattaforma si pone anche come mezzo di supporto e miglioramento attraverso iniziative
che spaziano dal social housing ai giardini
comunitari.
Quel “fair”
che compare nel nome della piattaforma è frutto di più fattori, tra cui
l’intenzione di condividere, con la massima
trasparenza, i propri dati con le amministrazioni locali
perché possano analizzare il reale impatto del turismo; inoltre, si
applica la regola “1 casa – 1 host” per evitare l’ingresso di multi-proprietari
nella piattaforma e poter identificare un tipo di host sostenibile con
il mercato immobiliare per i residenti. Fin qui nessuna obiezione. Ma le anche
idee tanto sostenibili possono avere ripercussioni.
Abbiamo già affrontato il problema di come la sharing economy e la
sua degenerazione, soprattutto in città d’arte e mete turistiche, abbia portato
ad una trasformazione sregolata del patrimonio immobiliare e della sua
destinazione d’uso, sottratto ai residenti a favore del turista mordi e fuggi.
Venezia è l’esempio più citato: l’overtourism sta soffocando la città e
la maggior parte degli annunci immobiliari sono ormai transitori e per non
residenti. Conviene affittare per periodi brevi, con ricavi anche fino a mille
euro alla settimana, piuttosto che ai residenti. Nel caso di Venezia abbiamo documentato il
paradosso per cui mancano alloggi di edilizia residenziale pubblica per i
veneziani, case che in realtà esisterebbero ma restano sfitte e non
recuperate né recuperabili per anni: i residenti che vogliono riappropriarsi
della propria città non trovano spazi e si ritrovano “costretti” a occupare
quelle case sfitte, a rimetterle in sesto a proprie spese, nell’illegalità di
fatto, ma ripopolando giorno dopo giorno un territorio privato dell’autenticità
che soltanto un residente sa conferire. Tutto questo mentre le strade sono
invase selvaggiamente da turisti per lo più ignari della situazione, che
alloggiano in appartamenti affittati a caro prezzo o edifici interi anche di
pregio trasformati in hotel di lusso.
Ma il problema è molto più ampio. Parallelamente all’affermarsi di Airbnb e simili c’è una categoria particolare che si è sentita minacciata e lamenta la carenza di regole ferree applicate agli host. Gli albergatori si sentono minacciati. L’associazione che li rappresenta, Federalberghi, ha denunciato più volte, l’ultima proprio recentemente, il fenomeno: si moltiplicano gli alloggi su Airbnb così come le attività extralberghiere, con un conseguente aumento di servizi fai-da-te che producono una concorrenza sleale senza precedenti. Un far west, in cui gli annunci online non sono affatto una forma integrativa del reddito ma una vera attività, spesso con soggetti che gestiscono più alloggi, peraltro messi a disposizione ben oltre i sei mesi all’anno fissati come regola. I dati confermano i timori: si registra un notevole calo di presenze e di fatturato per gli hotel. Solo a Roma, nel 2018 i numeri parlano di un -7,3% dei ricavi rispetto al 2017 nonostante l’aumento del prezzo delle stanze. Airbnb ha replicato più volte alle accuse, intanto varie città nel mondo sono corse ai ripari. A Barcellona si possono affittare al massimo due stanze per appartamento, per non oltre 4 mesi all’anno e a patto che il proprietario vi risieda. Stessa regola della residenza del proprietario anche a New York, non è possibile affittare appartamenti interi. A Parigi si può affittare non oltre i 120 giorni all’anno, i proprietari devono iscriversi in un registro pubblico e l’amministrazione comunale ha dichiarato di voler vietare l’affitto nei primi quattro arrondissement per evitare uno spopolamento ulteriore del centro cittadino.
Il futuro del credito al consumo (finanziamenti concessi dalle banche o società finanziarie per permettere al beneficiario l’acquisto di beni e servizi o eventualmente la rateizzazione di una spesa) dovrà basarsi su un modello molto simile a quello utilizzato da Amazon per la vendita dei prodotti di largo consumo.
Le istituzioni creditizie che per prime diventeranno le Amazon dei prestiti avranno un vantaggio competitivo di un quinquennio (poi saranno copiate) che le farà uscire dalle paludi delle perdite (in bilancio) e assicurerà loro la sopravvivenza.
Il modo migliore per metabolizzare questa premessa è capire e vedere come funziona oggi il processo di erogazione di un prestito nella maggior parte degli istituti di credito e nelle società finanziarie. Semplifichiamo i concetti: sostanzialmente quando un privato cittadino va a richiedere un prestito, la banca (o la società finanziaria) ha bisogno di due tipi di informazioni.
Uno legato alla “quantità” della domanda: di quanto hai bisogno? In quanto tempo deve essere ripagato il prestito? Quale è l’importo della rata che puoi sostenere ?
In secondo luogo, vengono chieste informazioni sulla “qualità” della persona: che lavoro fai? Dove abiti? Quale è la tua origine? Quale è il tuo stipendio?
Queste informazioni vengono poi “processate” (verificate ed elaborate) da un algoritmo che innanzitutto controlla la storia creditizia di quella persona: ha già ricevuto altri prestiti? Come li ha condotti? Ci sono prestiti che non sono stati rimborsati?
Nel caso in cui il richiedente abbia avuto problemi con i prestiti pregressi oppure, paradossalmente, non ha (finora) mai chiesto un finanziamento (e quindi non e’ possibile valutarne la solvibilità), la richiesta viene sicuramente rifiutata.
Se invece il richiedente supera favorevolmente questa selezione, l’algortimo fa un secondo controllo e cioè verifica se persone che hanno lo stesso lavoro, la stessa provenienza geografica, la stessa età e lo stesso stipendio sono di solito dei cattivi pagatori.
Cioè l’algoritmo verifica se richiedenti con le stesse caratteristiche socio-demografiche appartengono a categorie di “buoni pagatori” o di “cattivi pagatori”.
Tale appartenenza determina l’accettazione o il rifiuto della concessione.
In altri termini, tu puoi essere la persona più onesta e corretta di questo mondo ma se hai la “sfortuna” di fare una professione, avere una età o vivere nella stessa area geografica di “cattivi pagatori”, allora paghi la cattiva reputazione dei tuoi “simili”. Il prestito non lo vedrai mai!
Esempi facili da riscontrare soprattutto quando si tratta di acquisti nel settore della tecnologia (smartphone) o dell’automotive (automobile). Mi è capitato di vivere una esperienza del genere la settimana scorsa quando un mio cliente, imprenditore di successo, solido e solvibile, si è visto rifiutare un piccolo prestito per l’acquisto di una autovettura richiesto unitamente alla moglie, extracomunitaria e casalinga.
L’unica risposta fornita dalla banca: “ci sono segnalazioni negative nelle banche dati creditizie”.
Una indicazione generica, senza specificare il tipo di informazione negativa o il “peso” della negatività. Semplicemente consegnando un elaborato come quello qui allegato.
Analizzando poi in profondità le cause del rifiuto abbiamo scoperto che il motivo era legato al fatto che uno dei richiedenti (la moglie) “non aveva storia creditizia ed apparteneva ad un cluster (gruppo) senza reddito e con scarse probabilità di averne uno stabile in futuro”. .
E se si cambiassero semplicemente le logiche di costruzione del “gruppo di appartenenza”? Se per capire se si tratta di buoni o cattivi pagatori, piuttosto che aggregarli secondo parametri molto macro (l’età o la residenza), andassimo a verificare (dopo averne chiesto il permesso e garantita la riservatezza) le transazioni e successivamente raggruppassimo le persone in base alla tipologia di movimenti bancari?
Ricordate quanto diceva il giudice Falcone per individuare altri tipi di “cattivi”?
“Seguiamo il denaro, non gli uomini …… e capiremo tutto”!
Ecco questa e’ la logica di base seguita da Faire.ai (https://www.faire.ai/), fintech B2B specializzata nell’automazione del credito al consumo che sfrutta l’open banking (PSD2) come fonte di dati e utilizza il machine learning e l’intelligenza artificiale per stimare i modelli di rischio dei consumatori.
Come ha ragionato Faire.ai, che, da qualche settimana, ha lanciato sul mercato le prime API (software) ?
Anche in questo caso, cosi come ribadito in Salviamoci! (Chiarelettere), cercherò di semplificare, ben consapevole di non voler assolutamente sminuire il valore degli studi e delle competenze tecniche e professionali indispensabili, per i giovani di Faire.ai, per arrivare a questi risultati ma sicuramente per rendere piu’ leggibile ai dinosauri della finanza una esigenza che, ormai, e’ diventata necessità.
In parole povere, per innovare la metodologia di analisi nel credito a consumo, Faire.ai ha raggruppato le persone in base alle abitudini di spesa: ad esempio tutti quelli che fanno grosse spese in tecnologia, oppure ingenti spese in viaggi e così via……
Analizzando questi cluster ed utilizzando la giusta tecnologia e’ possibile, poi, stimare la probabilità di default di un richiedente un prestito semplicemente osservando determinati andamenti di tutte le sue operazioni bancarie (la natura delle entrate, la tipologia e le abitudini di spesa, il livello di indebitamento, la capacità di risparmio).
Ragionando in questi termini, l’algoritmo può produrre questo tipo di conclusione: “questa persona negli ultimi tre mesi ha avuto un andamento delle spese per la casa al di sopra della media degli appartenenti al suo gruppo di spesa che è potenzialmente a rischio per restituire un prestito; quindi forse il prestito e’ meglio non darlo” .
In secondo luogo, da non sottovalutare, questo tipo di approccio produce un enorme risparmio di tempo e di energie psico-fisiche per effetto della automazione che azzera processi di lavorazione preistorici che prevedono la compilazione manuale di un questionario che poi viene passato di ufficio in ufficio per essere valutato ed eventualmente approvato e solo dopo una ventina di giorni si fornisce la risposta al richiedente.
Con questo software è possibile effettuare questo stesso identico iter addirittura in pochi minuti anche utilizzando lo smartphone (piuttosto che fare ore di fila presso uno sportello).
Quante banche si sono interessate a questa innovazione?
Dell’“ignobile mattanza” spuntano nuovi video e l’inchiesta della Procura si allarga. Sono i filmati delle telecamere di sorveglianza, che aggiungono materiale al maxi processo che 52 imputati, tra guardie penitenziarie e personale medico, affronteranno a breve.
Nel primo filmato i detenuti stanno seduti sulle sedie accostate al muro, nella stanza definita “aria socialità”. Hanno l’aria calma, in attesa che la perquisizione finisca. Poi si apre la porta in fondo, entrano un paio di agenti di Santa Maria e quattro o cinque di quelli del gruppo di rinforzo in tenuta antisommossa, con caschi, scudi e manganelli. Alla loro vista i detenuti capiscono immediatamente cosa sta per succedere, si alzano dalle sedie e cercano riparo arretrando fino al lato opposto della stanza, rimanendo di fatto imprigionati in un angolo, dove iniziano a prendere manganellate. Un recluso prova a ribellarsi, non a reagire: solo a ribellarsi, e viene perciò punito, con tanta forza che un poliziotto, solo uno, sembra opporsi: Più volte si frappone tra i colleghi e i detenuti, più volte ferma il braccio di chi sta abbattendo l’ennesimo colpo.
Un altro video mostra un detenuto che sviene, rimane a terra e viene soccorso con assoluta calmada agenti e medici. Se ne vede anche un altro: gettato a terra sulle scale, rialzato a forza, e colpito. Ancora.
Altro video, ancora la sala della socialità. Tre detenuti fermi al centro, con le mani alzate. Per uscire devono passare in mezzo a un gruppo di agenti fermi davanti alla porta. Provano, ma prima di arrivare nel corridoio, ognuno non può evitare pugni, schiaffi e calci. Venti contro uno nel corridoio delle celle e tre contro uno nel vano scala.
Le immagini risalgono al 6 aprile 2020, quando ci furono le “perquisizioni straordinarie” dopo la protesta: una punizione perché il giorno prima c’era stata una protesta perché mancavano le mascherine e tra i detenuti si era creato il timore che ci fosse un positivo in cella.
Come si evince dalla video-inchiesta pubblicata da Repubblica, gli agenti irrompono all’improvviso mentre i detenuti stanno giocando a biliardino: muniti di caschi, manganelli e scudi, ordinano ai reclusi di mettersi “tutti faccia al muro”, poi iniziano il pestaggio. Durante il pestaggio un agente addirittura si serve (anche) delle stampelle di uno dei detenuti per picchiarne un altro. Infine, tentano di rimettere in ordine la stanza.
Un altro video ancora mostra gli agenti compiaciuti dopo avere picchiato i detenuti del reparto Nilo: battono i manganelli sugli scudi come gesto trionfale.
È sempre stato lì, ma tutti ne ignoravano l’identità. Un team di zoologi italiani ha scoperto una nuova specie di felide dell’Africa sub sahariana – presente in Eritrea almeno sino alla fine del XIX secolo – “esplorando” i magazzini del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, uno dei più importanti in Italia, ma evidentemente afflitto dallo stesso problema di tutti gli altri: la mancanza di fondi destinati alla ricerca e alla catalogazione degli esemplari presenti.
Salgono a 8 i felidi sub-sahariani
Si tratta del gatto di palude, Felis chaus, specie che era nota con certezza per l’Africa solo dal delta e della valle del Nilo sino ad Assuan. “Il gatto di palude si può confondere con il gatto selvatico africano Felis libyca, ma se ne distingue principalmente per le dimensioni maggiori e la coda, che è molto più breve. Con Il gatto di palude divengono otto le specie di felidi sub sahariani: le altre sette sono il leone, il leopardo, il ghepardo, il serval, il caracal, il gatto dorato africano e il gatto selvatico africano”, spiega Spartaco Gippoliti, della Società Italiana per la Storia della Fauna, che da anni si occupa della fauna del Corno d’Africa e che, insieme a Franco Andreone e Luca Ghiraldi, è autore della scoperta pubblicata nel Bollettino del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino e scaricabile qui.
La scoperta è avvenuta grazie allo studio di un reperto conservato nelle collezioni scientifiche del Museo, e rende possibile affermare, come detto, che la specie era presente storicamente in Eritrea almeno sino alla fine del XIX secolo, ovvero quando Roberto Gentile, tenente dell’Esercito Italiano già noto per le sue pionieristiche fotografie coloniali, ne uccise un esemplare che inviò poi al Museo Zoologico dell’Ateneo Torinese.
“Impellente revisionare i musei”
“Si conferma l’importanza dei musei di storia naturale quali vere e proprie ‘biblioteche’ della biodiversità e l’impellenza di portare avanti la revisione scientifica del materiale presente in quelli italiani”, continua Gippoliti. “Le collezioni naturalistiche museali sono cruciali per accertare la presenza e l’eventuale estinzione di una specie in un dato territorio, oltreché per studi sistematici. È anche fondamentale attirare l’attenzione su regioni del pianeta che sono state dimenticate dalla ricerca biologica ma che necessitano di urgente azione ora. E il nostro punto di partenza più solido sono antiche collezioni che divengono sempre più preziose, ogni anno che passa”.
Il grande cocktail analcolico che che prende il nome di “Il Mozambico fa bene” sta impazzando nei posti più “in” della costa! Un cocktail salutare, lungimirante e tonificante!Per una percezione della vita terrena superiore alla media! Ecco cosa serve:
Corriere della Sera: Von der Leyen, ultimatum a Orbán: «Via la legge sui gay o userò tutti i poteri»;
Il Giornale: Singapore e Malesia: a metà strada tra il paradiso e l’inferno;
Il Manifesto: Tunisia travolta da nuova ondata di contagi. Turismo allo stremo;
Il Mattino: Dubai, forte esplosione su una nave ormeggiata nel porto di Jabal Ali;
Il Messaggero:Denise Pipitone, interrogato Gaspare Ghaleb: tutte le contraddizioni dell’ex fidanzato della sorellastra Jessica;
Ilsole24ore: Bce, nuovo obiettivo d’inflazione: ora il 2% è «simmetrico» ;
La Repubblica: Emirati e Arabia Saudita, l’Italia riduce l’embargo sulla vendita di armi per far rientrare la crisi diplomatica;
Il Fatto Quotidiano: Draghi e Cartabia accelerano sulla riforma penale. M5s contro la nuova prescrizione che fa ‘morire’ i processi: ‘No impunità, salvare spirito della Bonafede’;
Leggo: Roma, la proposta di Virginia Raggi per la finale di Euro 2020: «Apriamo lo stadio Olimpico»;
Tgcom24: Zaki, la Camera approva all’unanimità la mozione per la cittadinanza | FdI si astiene;
Il vincitore vero della partita di ieri sera, al di là della passione sportiva per i nostri colori e della bravura dei nostri azzurri è lui, Luis Enrique, allenatore della nazionale spagnola.
“Sono felice per quello che ho visto. Ho goduto di una partita di alto livello con due squadre forti che cercavano di giocare un bel calcio, è stato uno spettacolo per i tifosi. Voglio fare i complimenti all’Italia, spero che in finale possa cercare di vincere questo Europeo. Tiferò per gli azzurri“. Con queste parole di alto senso sportivo, l’allenatore della Spagna ha commentato la partita che ha visto sconfitta la sua squadra, sì, ma non lui. Dopo avere giocato con maestria tattica (“L’errore che non dobbiamo commettere — aveva detto alla vigilia — è non essere la Spagna. Poi potremo perdere, vincere o pareggiare, ma so che la mia squadra sarà fedele al nostro spirito”) e avere fatto sì che le “furie rosse” prendessero il possesso del pallone (65% a 35%, 833 passaggi completati a 306), Enrique ha scherzato con il giocatore azzurro Chiesa durante i supplementari, si è congratulato con Mancini subito dopo il fischio finale, e ha ribadito che competere avendo rispetto dell’avversario e affrontare con dignità la sconfitta sono una questione di stile, sì, ma sostanziale.
ll dramma personale vissuto solo due anni fa, con la perdita della figlia Xana, morta a soli nove anni, forse lo ha reso libero da ottusi stereotipi e stupidi nazionalismi, dando a tutti noi, comunità europea, una lezione di umanità e civiltà nello sport e non solo. E di quanto avevamo bisogno della lezione di Luis Enrique ce ne siamo accorti soltanto a partita ricominciata fuori dal campo di calcio.
Sfiziose, divertenti e alla portata di tutti! Dal canale YouTube di GialloZafferan scopriamo passo passo come trasformare un pic nic fuori porta in un’esperienza golosa! Che ricette faremo:
Pizza muffin: golosi fagottini di pasta di pizza farciti con passata di pomodoro e mozzarella: facili e veloci da preparare, perfetti come pranzo al sacco per grandi e piccini!
Pasta al pesto di rucola e pomodorini: una pasta fredda originale e saporita, condita con un pesto di rucola aromatizzato al limone e resa ancora più preziosa da una pioggia di pomodorini.
Torta salata di melanzane: semplice e saporita e perfetta anche per i vegetariani.
Torta di mele a raggi, una torta di mele semplice che si prepara in poche mosse… tutte nel mixer!