Gianna Nannini pubblica il nuovo album di inediti, La Differenza. Un disco registrato a Nashville per carpire le melodie folk, blues e rock tipiche del sound americano. E il 30 maggio grande tappa italiana del tour europeo allo Stadio Artemio Franchi di Firenze
Gianna Nannini fa “La Differenza”. Venerdì 15 novembre è uscito infatti il nuovo album di inediti. La rocker senese ha registrato il disco in presa diretta a Nashville e ha mescolato folk, blues e rock. Lo studio di registrazione americano non è una scelta casuale. Il Blackbird Studio di John McBride è infatti il regno dell’analogico e luogo di grandi produzioni blues e rock. Un salto all’indietro verso le origini in un’epoca sempre di più immersa nel digitale.
Una Gianna Nannini in grande spolvero si siede e comincia a rispondere alle nostre domande, in occasione della presentazione dell’album a Milano. Svela a poco a poco qualche segreto dietro al nuovo disco. Lo studio londinese di Gloucester Road, Nashville, la figlia Penelope, le collaborazioni volute o nate per caso con i musicisti. Si percepisce la grande voglia di sperimentare e la smania di imparare cose nuove.
Tra Londra..
La vincitrice del Premio Tenco 2019 racconta la nascita del nuovo progetto. “Tutte le canzoni sono nate nel mio studio, vicino a Gloucester Road, a Londra – Una stanza tutta per me – come diceva Virginia Woolf che ho chiamato MYFACEStudio e che mi ha consentito un’intimità assoluta e una concentrazione totale dedita alla scrittura“.
.. e Nashville
“Nashville a partire dagli anni Quaranta e nel dopoguerra era il principale centro del Mid-South per quanto riguarda il blues, il rhythm and blues, il jazz e il gospel. Nelle mie radici c’è sempre stato un sangue bianco-nero, sono ripartita dal blues verso il soul e il rock alla mia maniera.” Tanti gli artisti e i produttori che hanno contribuito alla creazione del disco. Pacifico, Dave Stewart, Fabio Pianigiani, Mauro Paoluzzi sono solo alcuni dei colleghi che hanno preso parte al progetto.
La tracklist dell’album di Gianna Nannini
La differenza (singolo attualmente in radio), Romantico e bestiale, Motivo feat. Coez (unico duetto del disco), Gloucester Road, L’aria sta finendo, Canzoni buttate, Per oggi non si muore, Assenza, A chi non ha risposte e Liberiamo.
Il 30 maggio poi Gianni Nannini torna live in Italia. Il tour europeo infatti prevede un’unica data italiana e per la prima volta la cantante toscana suonerà all’Artemio Franchi di Firenze.
Il filo delle parole da tempo è stato spezzato. I dialoghi rimangono voci mute di chi parla solo per se’. La ragione, solo la tua, è. Questo.provoca in me, profonda amarezza, profonda tristezza. Spendo parole al vento, parlo a un pubblico con volti assenti, ognuno di loro una sedia vuota, è. La tua voce si svolge come un mare in tempesta e il tuo urlo sovrasta la mia che ancora una volta rimane inascoltata e le mie domande senza risposta. Fuggi e rifuggi, correndo lasci dietro di te passi silenziosi. Un drago che spia una scia con orme di fuoco..I pericoli, i dispiaceri, gli errori, gli orrori sono sempre in agguato ed io oppongo a loro fragilità e disperazione. Vorrei poter discutere con te, per trovare sicurezza in questo universo colmo di inadeguatezze. Ma non c’è comunicazione con chi, nel suo, vede un mondo ristretto, con chi affronta i problemi guardando dall’oblo’ di una nave. Tu aspetti la salvezza, vuoi trovare la soluzione dei.tuoi problemi in quel piccolissimo punto bianco che appena si vede all’orizzonte e una scialuppa di salvataggio, è. I marinai remano troppo piano e poi, sono così lontani…L’atavica paura si risveglia e rugge dentro di me. Sull’animo.ho un masso, un sasso: da cosa inanimata diventa cosa viva, che radici ben radicate ha, nel mio animo.mutilato ed estirparla non posso. Il sipario del teatro sulle vicende della vita si chiude. Le tende si avvolgono su sé stesse. Quel nodo le avvinghia e le strunge. Impenetrabili rimarranno, nessuna mano riuscirà a sciogliere quel nodo che le lega. All’interno delle sue pieghe si annidano anni di silenzio, di incomprensioni, di litigi, di amari percorsi grigi, di vuoti momenti di vita sprecata amercificare chi dalla vita voleva di.più e delle sue miserie non si poteva accontentare. Briciole di vita serene e lunghi lassi di tempo dove chi non voleva affrontare la vita, si nascondeva e lasciava le avversità dell’esistenza navigare lungo percorsi amari. Piccole lanterne illuminavano la via giusta a chi l’affrontava con impavido coraggio. C’è chi, del silenzio, ne fa’ ricatto, ne fa’rovo per rovinarsi la vita. C’e’ chi, del silenzio, ne fa’ dottrina di calma e pazienza. Riesce a trovare nei giorni tutti uguali rifugi preziosi che senza pretendere niente ti regalano la felicità.
Il motivo principale è il rumore. E non solo perché è ripetitivo e può dar fastidio a te, ma perché è dannoso per la salute del micio. Si trova, infatti, troppo vicino ai padiglioni uditivi e, alla lunga, sottoporlo a questi stimoli costanti lo porterà alla perdita dell’acutezza uditiva tipica dei felini. Potrebbe addirittura rimanere sordo se il sonaglio è grande.
Il suono – spiegano gli etologi – può inoltre modificare lo stato d’animo di un gatto. Senza dubbio, sentire un tintinnio continuo proveniente da qualcosa che è attaccato al collo, può rendere molto nervoso il micio.
Basti pensare a quanto sono tranquilli e silenziosi i gatti per natura. Si muovono con abilità, parsimonia e, soprattutto, sono la personificazione del rilassamento, dello zen. Con un campanello al collo si innervosiranno e agiranno di conseguenza.
Cosa accadrebbe se il rituale del ‘parlare a vanvera’ non venisse più rispettato?
Cosa accadrebbe se la gente smettesse di ‘salutare’, ‘discutere’, ‘commentare’, ‘polemizzare’?
Crollerebbe il senso dell’io!
Cadrebbe l’illusione di essere degli individui speciali che hanno qualcosa di speciale da dire o qualcosa di importante da ridire!
Senza niente da raccontare, quasi tutti gli umani si sentirebbero degli involucri vuoti, e sarebbero costretti a vedersi per come in effetti sono. E questa autoimmagine ammutolita, priva di contenuto verbale, li terrorizza quanto la morte stessa.
Ed è proprio per questa ragione che le persone non riescono a stare zitte un attimo: temono che la loro identità fittizia venga smascherata o peggio ancora dissolta nel silenzio.
La stessa cosa vale per la società.
La società, per come la conosciamo, crollerebbe all’istante poiché la sua continuità dipende dalla continuità che le singole persone danno ai loro vaniloqui.
Vuoi fare un atto davvero rivoluzionario?
Cuciti quella fottuta bocca… o perlomeno riduci al minimo il tuo dialogo esterno e soprattutto sospendi il dialogo interiore; interrompi tutte quelle storie che ti narri nella tua testa.
Il 99% delle conversazioni che si svolgono tra te e te oppure tra te e gli altri sono assolutamente insignificanti.
Fattene una ragione, anzi finiscila anche con i tuoi inutili ragionamenti.
Quell’anno inizio’ un po’ in sordina:arrivai a scuola e….quale fu la mia sorpresa…vidi la mia classe rivoluzionata: i compagni erano cambiati, anche i professori e forse…senza rendermene conto…anch’io. I miei sentimenti eran stati feriti: pativo per la perdita dei miei amici e dei professori che per due anni ci avean seguito, sgridato, ascoltato e…ai quali ci eravamo affezionati. Come le dita di una mano eravam diventati, tanto l’affiatamento nostro si era perfezionato. La rivoluzione era cominciata e niente ella era, al confronto di quella francese o illuminista…Alcune materie nuove si eran a noi presentate e il primo.impatto era stato come un virus che s’insidia in noi senza che nessuno l’abbia voluto o cercato. La febbre ci assaliva ogni qual volta sfogliavam le pagine di quei.libri dalle parole astruse che ci facevan sentire ottusi.ma…non era la “febbre del sabato sera”.D’altra parte materie nella quali tutti noi aveam sempre ottenuto il massimo dei voti, ora ci sembravan ostiche. Per alleggerire un po’ l’atmosfera ci eravam inventati nomignoli per i nostri professori che prendevano spunto dal loro modo d’agire o di parlare. La signorina Nervo, spiegava allungando a dismisura il collo, si dilungava, la sua forza era dirompente e prorompente, voleva a tutti i costi essere perfetta e la sua smania di non avere neanche un difetto faceva sì che le vene poste alla base del collo si allargassero e si ingrossassero e piu era la foga del suo parlare forbito e più i rivoli azzurri diventano fiumi e poi laghi. Il nome da noi inventato ci sembrava il più appropriato che esprimeva la sua figura come una caricatura.
Nessuno sapeva parlare correttamente il.francese,la pronuncia era deleteria…la signorina ogni volta che uno di noi parlava metteva la mano sotto la nostra bocca perché dovevamo sputare per parler. Mai ci eravamo sentiti tanto depressi o demoralizzati, persino i migliori della classe versavano calde lacrine per i brutti voti che, senza preferenze, appartenenza o classe, con giustizia spietata, ogni giorno mietevano nuove vittime. Mestamente questo terzo anno era iniziato, ma io pensavo al sabato sera, quando, senza pensare a niente potevo divertirmi o fare pazzie. In questi momenti sfogavo la mia rabbia, diventando uno,nessuno, centomila.
L’assessore Mezzetti incontra la scrittrice tedesca. Presto un film dal titolo ‘Let me go’, tratto da una sua opera http://goo.gl/6a9gnZ
Un incontro amichevole, e fortemente voluto, quello dell’assessore regionale alla Cultura, Massimo Mezzetti, con la scrittrice tedesca Helga Schneider, nota a livello internazionale per aver raccontato la sua tormentata storia di figlia abbandonata da una madre nazista, sterminatrice nel campo di Auschwitz-Birkenau.
I suoi due long seller “Il rogo di Berlino” e “Lasciami andare, madre” hanno attraversato generazioni di lettori, e sono spesso usati nelle scuole come testi didattici e di approfondimento per conoscere e comprendere gli orrori del nazismo e la storia del ‘900.
Helga Schneider vive da oltre 50 anni a Bologna, scegliendo la lingua italiana e non la tedesca per i suoi romanzi; invitata in tutto il mondo a testimoniare la sua esperienza e il suo impegno nella preservazione della Memoria, la Schneider è molto attiva anche sul territorio proprio con le giovani generazioni, con cui spesso si rapporta e confronta, trasmettendo la sua esperienza di vita, ricevendo anche un riconoscimento ufficiale dell’Anpi.
Forte di questo impegno e appreso dell’imminente uscita del film “Let me go” – importante produzione inglese diretta dalla regista indipendente Polly Steele, che vanta tra l’altro le musiche composte da Philip Selway dei Radiohead – l’assessore Mezzetti ha invitato la scrittrice in viale Aldo Moro, nella sede della Regione, ritenendo doveroso il tributo di un territorio a una delle sue cittadine più autorevoli e impegnate.
“La figura di Helga Schneider- afferma l’assessore alla Cultura Massimo Mezzetti- è importantissima e particolare. Siamo abituati ad ascoltare testimonianze di chi ha vissuto il periodo nazi-fascista come partigiano, invece la sua è collegata a chi è sempre stato l’oggetto delle lotte partigiane. La signora Schneider, con coraggio, ha dato voce a chi, come lei, è stato a sua volta vittima innocente della follia di Hitler e del nazismo”. “Il nostro incontro- continua l’assessore- rafforza l’importanza del lavoro sulla Memoria, che l’Emilia-Romagna ha consolidato con l’approvazione della nuova legge regionale, perché una persona che non sa che cosa ha fatto e da dove viene non sa nemmeno che cosa vuole. E in questa sinergia con associazioni e istituti storici del territorio, la parte relativa alle testimonianze dirette, soprattutto nelle scuole e con gli studenti, sarà molto importante”.
“Anche il popolo tedesco ha sofferto moltissimo durante il periodo nazista- ha riferito la Helga Schneider all’assessore- soprattutto i bambini. Si parla molto poco di questo e io posso testimoniarlo. Trovo molto importante andare nelle scuole a raccontare la mia esperienza, spiegare ai ragazzi, confrontarmi con loro e rispondere alle loro domande”.
Schneider ha raccontato che, isolato dal resto del mondo dal sistema nazista, il popolo tedesco disponeva solo dell’informazione controllata dal regime. “I miei in cantina- ha spiegato durante l’incontro- ascoltavano di nascosto la BBC, rischiando molto, perché era proibito. In questo modo capivamo che quanto Goebbels raccontava erano delle bugie incredibili! Oggi viviamo in un’era tecnologica in cui le informazioni sono disponibili dopo pochi minuti. Tutto ciò è meraviglioso ma anche pericoloso, soprattutto per i più giovani, perché comporta a una forte esposizione a propagande terroristiche”.
Ha raccontato poi la vicenda della madre: “Mi disse di aver fatto un corso di disumanizzazione per poter lavorare dentro i campi di concentramento. Soprattutto le guardiane delle SS dovevano essere in grado di sopportare la vista delle crudeltà. Questo lavaggio del cervello le è rimasto per tutta la vita”.
Cara Helga, buondì!
Prego il Signore che stia bene e si senta spiritualmente ispirata.
Il tema da lei sviluppato, la relazione famigliare, e in particolare quella personale madre-figlia, all’interno di quel tragico contesto storico, crea un sapore certamente particolare. E, sentendo la necessità di dirglielo fin dai primi capitoli letti, colgo l’occasione per farle ora vivi complimenti per il sapiente uso della lingua italiana: un uso così efficace da far invidia a noti scrittori di madre lingua.
Per consentirle di meglio conoscermi, le accenno qualcosa alla relazione tra lo sfondo su cui si stagliano le sue narrazioni e me. La Storia in generale mi ha da sempre appassionato e, per motivi che non ho ancora soddisfacentemente sondato, quella del Terzo Reich: la sua inspiegabile ascesa, la sua conquista del potere, la sua disfatta e i processi che ne son seguiti, in particolare quelli ai gerarchi nazisti celebrati a Norimberga e quello ad Adolf Heichman a Gerusalemme. Però, nonostante le non poche letture e le conversazioni con i rari testimoni storici, con i loro stretti parenti, con esperti di questioni politiche e sociali germaniche ed ebraiche, sento che per capire mi sfugge ancora qualcosa di fondamentale, e inquietante.
Con stima e affetto,
Marco Ferrini (Matsyavatara Das)
PER UN PUGNO DI CIOCCOLATA
Racconto tratto dal libro omonimo di Helga Schneider (Mantova, Oligo Editore, 2019)
Tedesca per nascita, bolognese per scelta, la scrittrice Helga Schneider ha raccontato al mondo la tragedia del nazismo dal suo particolare punto di vista: quello di una figlia lasciata, piccolissima, da una madre che decise di dedicarsi al lavoro di guardiana nei campi di concentramento e di sterminio. Vi proponiamo il racconto che dà il titolo alla sua ultima raccolta, ringraziando per la lettura Donatella Vanghi e l’associazione “Legg’io”.
Risalendo dal cortile Lotte infilò le scale, ma al secondo piano si arrestò vedendo una donna nel vano del suo uscio aperto.
«Scusami ragazzina, potresti darmi una mano?».
Non potendo rifiutare per educazione, Lotte annuì. La signora le fece cenno di entrare.
«Abbiamo fatto trasloco ieri e la casa è ancora in disordine» – si giustificò la donna. – «È successo che mi sono fatta un brutto graffio sul balcone con un chiodo che spuntava da un portafiori difettoso».
Indossava un vestito estivo leggero a manica corta, la ferita era ben visibile, lunga e arrossata.
«Cosa devo fare?» chiese Lotte.
«Nel bagno trovi una cassetta di primo soccorso e…».
La recuperò, pulì la lesione con la tintura di iodio, applicò la garza e un cerottone Hansaplast.
«Non so come ringraziarti,» – disse la signora, sollevata – «Sei bravissima. Quanti anni hai?».
«Tredici».
«Come ti chiami?».
«Lotte. Abito al quarto piano».
«Con i tuoi genitori?».
«Mio padre è al fronte, in Francia. Sto con mia madre e la nonna».
«Io sono Frau Schmitt. Senti, cara, vorrei ripagarti per la tua gentilezza. Posso offrirti una fetta di pane spalmata di vero burro?».
«Bur-ro?» ripeté la ragazza con viva meraviglia.
Da quando c’era la guerra, gli alimenti erano razionati e molte cose non si trovavano più, tra le quali il burro, che era stato sostituito con della pessima margarina.
Frau Schmitt sorrise accondiscendente: «Vieni in cucina».
Fu invitata a sedersi al tavolo e assistette mentre la signora tagliava da una pagnotta una bella fetta e la cospargeva di un generoso strato di burro. A Lotte venne l’acquolina in bocca solo a guardarla! Quando alla fine ebbe quella meraviglia tra le mani, la morsicò con più avidità di quanto avrebbe voluto manifestare.
Finito tutto ringraziò con molta enfasi e dichiarò che a quel punto sarebbe dovuta salire in casa.
Frau Schmitt la ringraziò di nuovo: «Sei una ragazza preziosa».
Lotte sorrise imbarazzata, nessuno l’aveva mai definita preziosa, e guadagnò la porta.
Il giorno seguente era assolato e faceva caldo.
I ragazzi del condominio, che si stavano godendo le ferie scolastiche, si divertivano nel cortile nonostante fosse un luogo inospitale, senza nemmeno un albero e circondato da muretti con mattoni a vista anneriti dal tempo e dall’indifferenza.
Rientrando all’ora di pranzo, Lotte si arrestò un’altra volta al secondo piano vedendo Frau Schmitt nel vano della sua porta.
«Scusami, cara, avrei un piccolo problema, potresti aiutarmi?».
«Sì».
«Entra, prego».
Una volta in casa, Frau Schmitt disse: «Mi devi perdonare se approfitto ancora una volta della tua gentilezza, ma Lilli è scappata dalla gabbia. È il mio pappagallino. Si è rifugiata nel bagno. Sai, la ferita al braccio mi duole ancora molto e non riesco a…».
«Ci penso io» le disse Lotte.
Sapeva ormai dove si trovava il bagno e andò a verificare.
L’uccellino stava sulla sponda della vasca e si lasciò prendere con facilità. Frau Schmitt, sollevata, lo rimise nella gabbia.
«Cattiva Lilli,» – rimproverò la bestiolina – «non farlo più!».
E a Lotte: «Sei proprio una ragazzina in gamba!».
«Grazie, ma ora devo andare, non voglio preoccupare la nonna».
«Non avevi detto che abitavi con la nonna e tua madre?».
«Sì, ma durante il giorno mamma lavora».
«Capisco. Che mestiere fa?».
«L’infermiera. In una clinica».
«Bene bene. Con il paese in guerra questa è un’attività importante».
Lotte annuì, ammirando il vestito della signora, diverso da quello del giorno precedente: era tutto di colori chiari, così come chiari, del resto, erano i suoi capelli, gli occhi e la pelle luminosa.
Lotte non se ne intendeva molto, ma in quel momento pensò che fosse una signora piuttosto bella.
Mentre si dirigeva verso la porta, arrivò la domanda: «Gradiresti un’altra fetta di pane con il mio buon burro, cara?».
«No, grazie» rispose Lotte d’impulso, ma aveva già l’acquolina in bocca.
L’altra la esortò, spiccia: «Vieni in cucina».
La ragazza la seguì come stregata da un invisibile flauto magico, poi scivolò sulla sedia mentre Frau Schmitt tagliava del pane, lo spalmava di burro e aggiungeva anche una fetta di prosciutto.
Lotte strabuzzò gli occhi e, quando ebbe in mano quella meraviglia dello Schinkenbrot, quasi temette di svenire. L’odore era così travolgente che per qualche istante le girò la testa.
Mentre si godeva il panino, la signora spiegò: «Mio marito lavora al Ministero dell’Alimentazione e Agricoltura, e capita che accetti dei doni dai contadini come ringraziamento per aver concesso loro favori o altri benefici. È per questo che posso offrirti il pane col burro e il prosciutto. Ma non dirlo in giro, è una cosa che ho confidata solo a te. Me lo prometti?».
«Sì… ma ora devo andare perché…».
«Certo, vai, vai! Solo un’ultima cosa: per caso sai quanti anni ha il figlio della portiera?».
«Toni? Credo diciotto, anzi, diciannove».
«Strano» – si stupì Frau Schmitt – «che non sia stato richiamato alle armi».
La ragazza fece spallucce, ringraziò più volte dello Schinkenbrot e raggiunse rapidamente la porta.
Lotte rivide la signora nel rifugio del palazzo, quando gli inglesi sferrarono il primo vero attacco aereo sulla città. Sui giornali fu poi spiegato che si era trattato di un atto di vendetta perché la Germania aveva cominciato a bombardare Londra.
L’evento scioccò la popolazione: il ministro Göring aveva solennemente promesso che mai nessuna bomba sarebbe caduta su Berlino; ora tutti si sentivano delusi e traditi.
Nel rifugio gli inquilini notarono l’assenza del figlio della portiera. La donna raccontò, piangendo, che a sorpresa Toni era stato chiamato alle armi malgrado soffrisse di una grave forma di asma che a volte lo lasciava totalmente senza respiro.
A poco a poco le anime dei cittadini si chetarono e i ragazzi del condominio ripresero a sfogarsi nel cortile.
Verso l’ora di pranzo qualcuno decise di risalire in casa, e all’imbocco delle scale incontrarono Frau Schmitt. Lotte si fermò per educazione, gli altri proseguirono.
«Ecco la mia piccola salvatrice!» – esclamò la donna, enfatica – «Come stai, mia cara?».
«Bene».
Cominciarono a salire insieme i gradini. Giunte davanti alla sua porta, la signora dichiarò, diventata a un tratto seria: «Dovrei chiederti una cosa, Lotte, vorresti entrare un momento?».
Quel tono quasi severo impensierì la ragazza, così annuì.
Nel vano d’ingresso Frau Schmitt pose la borsetta e le chiavi su una mensola e si diresse senza indugio verso la cucina, invitando Lotte a seguirla.
L’appartamento ora era più in ordine, Lilli gorgheggiava gioiosa.
«Accomodati, prego». Di nuovo sulla solita sedia al solito tavolo.
«È successo che mio marito si è molto arrabbiato», esordì la signora in tono grave.
«Perché?».
«Domenica pomeriggio, dopo pranzo, lui ama fare un sonnellino in camera, ma questa volta non è riuscito a chiudere occhio perché voi nel cortile facevate un baccano infernale!».
«Mi dispiace» disse Lotte, mortificata.
«Adesso tu mi devi promettere che questo incidente non si ripeterà mai più!» – si raccomandò la donna, agitando l’indice – «Mio marito è una persona molto influente e non vorrei che prendesse certi provvedimenti nei confronti delle vostre famiglie».
Lotte si sentii sgradevolmente colpita da quel tono, che le suonava come una minaccia, ma si controllò.
«Parlerò con i miei amici» – assicurò – «Vedrà che la domenica pomeriggio suo marito riuscirà a riposare».
«Brava» fece Frau Schmitt.
Mentre Lotte si alzava arrivò la fatidica domanda: «Vuoi che ti prepari un altro Schinkenbrot?».
«No, no grazie!» rispose decisa la ragazza, ma la signora la esortò: «Siediti! Non fare la modesta!».
Lotte obbedì, ma con un senso di crescente disagio.
Frau Schmitt tagliò una bella fetta, la spalmò con molto burro e le aggiunse un trancio di prosciutto, questa volta più spesso di quello precedente.
A poco a poco Lotte sentì svanire le resistenze, ogni fibra del suo essere desiderava quello Schinkenbrot! Alla fine, divorandolo, sembrò che ne godesse tutto il suo corpo dalla radice dei capelli alla pianta dei piedi. Un godimento perfetto.
Mandato giù l’ultimo boccone fu come se si riavesse da un incanto.
Balzò in piedi. Aveva la percezione di aver tradito qualcosa o qualcuno, una promessa, un principio – sé stessa! Avrebbe dovuto rifiutare quello Schinkenbrot, dimostrare forza e carattere, e invece aveva ceduto. Se ne andò rattristata, dandosi della vigliacca.
Nella notte del 29 agosto 1940 ci fu un secondo attacco aereo che colpì il Görlitzer Bahnhof e i centri abitati circostanti. Morirono dodici persone e ventotto rimasero ferite.
Gli inquilini del palazzo scesero di nuovo nel rifugio, tra di loro anche Frau Schmitt e il marito. L’uomo, un po’ panciuto, con un’incipiente calvizie e lo sguardo acuto, rivolse un paio di frasi a Lotte. Elogiò gentilmente la disponibilità dimostrata più volte nei confronti di sua moglie. La quale invece lottava con la curiosità di sapere per quale motivo Lotte si trovasse in cantina solo con la madre, senza la nonna, ma, temendo di destare sospetti nella ragazza, tacque.
Due giorni dopo, Lotte incontrò il signor Schmitt nei pressi del portone. Lo salutò cortesemente e fece per proseguire, ma l’uomo la trattenne. La informò che sua moglie era malata a letto. Aveva la tosse e la febbre. Lui purtroppo era costretto a rimanere per il resto della giornata in ufficio, dovendo risolvere una grana politica molto incresciosa.
Lotte intuì il suggerimento e promise che nel pomeriggio avrebbe fatto un salto dalla signora per chiedere se avesse bisogno di qualcosa. Lui la ringraziò con belle parole, poi Lotte raggiunse gli amici nel cortile.
Risalendo all’ora di pranzo si fermò al secondo piano e suonò.
Dopo un po’ la signora aprì. Indossava una vestaglia verde pisello con il collo e le tasche ricamate.
«Che cara ragazza! » – esclamò, tossicchiando un poco – «Entra, prego! È stato mio marito a dirti che sono malata, non è vero? Pover’uomo, ha sempre paura che per due linee di febbre io sia in punto di morte». Prendendola per un braccio, la costrinse a seguirla in cucina.
«Siediti un momento, Lotte».
La ragazza esitò: «Volevo solo sapere se avesse bisogno di qualcosa».
«Su! Due minuti!».
Non aveva un gran aspetto da malata, la signora. I capelli erano in ordine e, come le altre volte, si era data un tocco di rossetto.
«Stamattina è venuto il dottore.» – raccontò – «Mi ha lasciato le medicine e mio marito è andato a fare un po’ di spesa. Per il resto devo stare a riposo».
«Sono contenta che non abbia bisogno di niente» disse Lotte, e si alzò in piedi, ma l’altra la respinse con gentile decisione sulla sedia.
«Uno Schinkenbrot?» gettò l’esca.
«No, no, davvero, grazie!» declinò Lotte, risoluta. Aveva avuto problemi a casa perché in seguito ai panini di Frau Schmitt era sembrato che non avesse affatto fame. Molto strano in tempi di penuria di alimentari. La nonna sospettava perfino che si fosse presa una malattia.
Ma sembrava ormai un rito prestabilito: il pane, uno strato generoso di burro e il prosciutto.
Lotte si sentiva quasi male per lo sforzo di rinunciare al panino, e infatti quando Frau Schmitt glielo porse non resistette e lo prese. “È l’ultima volta” – si disse – “lo giuro”, ma nello stesso tempo affondò i denti in quella meraviglia di cibo.
Dopo averlo divorato fu come se avesse un crollo di morale, una voce interna le disse, accorata: “Ora vattene di corsa! Non tornare mai più!”.
«Ho un regalo per te!» dichiarò la signora.
Lotte scosse la testa: «No, davvero, non voglio nessun…».
«Oh, quante storie!».
Frau Schmitt si avvicinò a un mobile-credenza, aprì un cassetto, estrasse una scatola piatta, rettangolare e gliela porse davanti sul piano del tavolo.
«Aprila, coraggio!».
Lotte sospirò, avvertiva un senso di fiacchezza, di impotenza.
Tolse il coperchio e fissò il contenuto: erano cioccolatini.
«Mio marito ha ancora le sue fonti» disse la donna con una risatina di complicità.
Cioccolatini… Lotte conservava una lontana memoria di quella dolce prelibatezza, un ricordo che risaliva a un periodo in cui il nazismo non era ancora al potere.
«Prendine uno» la donna la esortò.
Con un movimento lento quasi fosse in trance, la ragazza tolse la carta stagnola dal primo. Che delizia, che fantastico godimento mentre la cioccolata si scioglieva in bocca!
«Su, un altro» sollecitò Frau Schmitt. Alla fine Lotte ne mangiò sei. Non si accorse tuttavia che alcuni di essi avevano un ripieno di liquore.
Fu presa da una strana euforia ed esclamò, entusiasta: «Voglio portarne due al nonno, lui da giovane lavorava in una fabbrica di cioccolata e ancora sogna le praline che producevano!».
Negli occhi di Frau Schmitt avvampò una luce acuta: «Non avevi detto che abitavi con tua madre e la nonna?».
Lotte accusò un violento colpo al cuore, era arrossita.
«Intend… volevo dire… intendevo dire la nonna…» balbettò, atterrita.
Ci fu una pausa. Dal soggiorno giungevano gli spensierati gorgheggi di Lilli.
«Così era la nonna che da giovane lavorava in una fabbrica di cioccolata?», domandò infine Frau Schmitt, ma nella sua voce c’era un tono nuovo, ambiguo.
«Sì, sì, era la nonna!» Lotte si affrettò ad aggiustare il tiro.
«Allora portale un po’ di cioccolatini» suggerì Frau Schmitt.
Lotte si alzò: «No, non vorrei approfittare della sua…».
La donna ne prese un pugno e li mise nelle mani della ragazza: «Fai troppe storie! Ma ora vai, io sono stanca. Sono malata, è meglio che torni a letto».
La accompagnò sbrigativamente alla porta.
Si sentiva come gelata dentro, le tremavano le ginocchia. Aveva nominato il nonno che tenevano nascosto in casa! Che cosa aveva fatto… Mise i cioccolatini in una delle tasche del suo vestito e scivolò su un gradino. Prese la testa fra le mani: “Dio fa che la signora non si sia insospettita. Ti prego!”.
Lotte era una ragazza intelligente e la mamma, Frau Grete Klugge, le aveva spiegato, con tutte le cautele del caso, per quale motivo una notte era arrivato il nonno e da allora non si era più mosso dall’appartamento. Era stata minuziosamente istruita a mantenere il segreto con tutti e a ogni costo.
Il nonno lavorava in una fabbrica di munizioni quando gli era scoppiato un ordigno in mano. Ricoverato in una struttura statale, al pover’uomo fu amputato il braccio sinistro fino al gomito e inoltre due dita della mano destra. Il medico responsabile della struttura, Herr Pfalz, era per caso un parente del nonno.
Un giorno arrivò dall’Ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale, a tutti gli ospedali, cliniche e case di cura, l’ordine di fornire un questionario sulle patologie dei ricoverati, ufficialmente per verificarne le capacità lavorative.
La novità era dovuta al volere di Adolf Hitler: «Tutte le vite indegne di vivere dovevano essere eliminate per mano dello Stato». Ovvero, dovevano essere soppressi quei cittadini che non potevano più essere utili al Reich, gravando sulle spese della sanità pubblica. L’operazione si chiamava Aktion T4. T4 stava per Tiergartenstrasse 4. La villa era stata espropriata a un ebreo, perché all’epoca essi non potevano possedere case né tanto meno ville. Tiergartenstrasse 4 divenne il quartier generale dell’Aktion T4.
Il dottor Pfalz apprese che, una volta compilati, i famigerati questionari sarebbero stati esaminati da certi periti, e alla fine un supervisore avrebbe decretato la vita o la morte dei pazienti, senza nemmeno averli visitati. Stabilito chi non meritava di vivere, il giorno concordato gli uomini di una fantomatica Società di Pubblica Utilità per il Trasporto degli Ammalati avrebbero caricato i pazienti condannati su pullman dai finestrini oscurati, diretti nei centri di eliminazione, o meglio: nelle cliniche della morte, dove le vittime venivano uccise in camere a gas camuffate da docce.
Il dottor Pfalz si rese conto che la vita del suo parente era in pericolo, e prese una decisione. Malgrado il paziente fosse stato operato da poco, firmò la lettera di dimissioni e avvertì la figlia, Frau Grete, di venire a prendere il padre.
La donna lo sistemò durante il giorno presso un’amica fidata, e lo condusse a casa solo a notte fonda. A quell’ora non incontrarono nessuno sulle scale e il nonno arrivò nell’appartamento senza che nessuno lo avesse visto. Essendo infermiera diplomata, da quel momento fu la figlia a occuparsi del convalescente, che soffriva ancora per i postumi di un intervento dalle caratteristiche molto invasive.
Verso l’alba sentirono suonare alla porta. La prima ad alzarsi, spaventatissima, fu la nonna, ma poiché continuavano a suonare, anche il resto della famiglia balzò in piedi.
Poi una voce rude e minacciosa intimò: «Polizia! Se non aprite entro due minuti sfondiamo la porta!».
Solo negli anni ’60 Lotte ne parlò per la prima volta con i suoi gemelli: «Era stata quella spia della signora Schmitt a segnalare alla polizia il sospetto che nascondessimo a casa un clandestino».
In qualche modo fu anche scoperto che il dottor Pfalz aveva sottratto al questionario un parente, che sarebbe stato un sicuro candidato dell’Aktion T4, per cui si era reso responsabile di sabotaggio nei confronti di una disposizione governativa.
«Mia madre e la nonna furono arrestate, io finii in un istituto per minori soli senza famiglia.» – Lotte spiegò ai figli – «La povera nonna si ammalò in prigione e morì, la mamma fu rilasciata dopo la fine della guerra, ma sopravvisse solo per due anni. Ebbi modo di starle vicino fino all’ultimo giorno».
«E… il nonno?», domandò Egon, uno dei gemelli, con una luce ansiosa negli occhi.
«Fu… ucciso in una delle cliniche della morte del Terzo Reich» rispose, poi la voce le venne meno.
I gemelli la abbracciarono.
«Non piangere, mamma… adesso sono tutti in cielo. Non piangere mamma…».
Cammina con la madre Helga Schneider, scrittrice nota a livello internazionale. Intorno a loro il Giardino del Museo geologico “Sandra Forni”. “C’è un’ombra fra noi…” dice Renzo Samaritani, “non possiamo e forse non dobbiamo dimenticarla.” Una video-intervista parla di questa “ombra” su YouTube “Perdono mia madre Helga Schneider e i suoi silenzi sulle SS” realizzata da Loescher Editore. Ora anche la Regione Emilia-Romagna punta le proprie telecamere su lui e Helga, tutti i figli o nipoti di genitori o nonni che sono stati implicati nel nazismo o nell’olocausto, hanno avuto problemi di ordine sociale, familiare o psicologico. Questo è il senso del film ‘Let me go’, tratto da un’opera della Schneider e presto al cinema.
Renzo ha avuto problemi dopo aver letto “Il rogo di Berlino” e comunque a causa della nonna austriaca, complice ad Auschwitz dell’olocausto. Di questo è di un altro long seller di Helga Schneider, entrambi pubblicati da Adelphi, si è discusso la scorsa settimana con l’Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, Massimo Mezzetti, durante un incontro amichevole e da lui fortemente voluto.
“La figura di Helga Schneider- afferma l’assessore alla Cultura Massimo Mezzetti- è importantissima e particolare. Siamo abituati ad ascoltare testimonianze di chi ha vissuto il periodo nazi-fascista come partigiano, invece la sua è collegata a chi è sempre stato l’oggetto delle lotte partigiane. La signora Schneider, con coraggio, ha dato voce a chi, come lei, è stato a sua volta vittima innocente della follia di Hitler e del nazismo”. “Il nostro incontro- continua l’assessore- rafforza l’importanza del lavoro sulla Memoria, che l’Emilia-Romagna ha consolidato con l’approvazione della nuova legge regionale, perché una persona che non sa che cosa ha fatto e da dove viene non sa nemmeno che cosa vuole. E in questa sinergia con associazioni e istituti storici del territorio, la parte relativa alle testimonianze dirette, soprattutto nelle scuole e con gli studenti, sarà molto importante”.
“Anche il popolo tedesco ha sofferto moltissimo durante il periodo nazista- ha riferito la Helga Schneider all’assessore- soprattutto i bambini. Si parla molto poco di questo e io posso testimoniarlo. Trovo molto importante andare nelle scuole a raccontare la mia esperienza, spiegare ai ragazzi, confrontarmi con loro e rispondere alle loro domande”.
Helga Schneider vive da oltre 50 anni a Bologna, scegliendo la lingua italiana e non la tedesca per i suoi romanzi; invitata in tutto il mondo a testimoniare la sua esperienza e il suo impegno nella preservazione della Memoria, la Schneider è molto attiva anche sul territorio proprio con le giovani generazioni, con cui spesso si rapporta e confronta, trasmettendo la sua esperienza di vita, ricevendo anche un riconoscimento ufficiale dell’Anpi.
Forte di questo impegno e appreso dell’imminente uscita del film “Let me go” – importante produzione inglese diretta dalla regista indipendente Polly Steele, che vanta tra l’altro le musiche composte da Philip Selway dei Radiohead – l’assessore Mezzetti ha invitato la scrittrice in viale Aldo Moro, nella sede della Regione, ritenendo doveroso il tributo di un territorio a una delle sue cittadine più autorevoli e impegnate.
Helga Schneider sta attualmente lavorando a nuovi progetti editoriali, di cui uno dedicato agli adolescenti.
Una telefonata arriva a Franco Verzini, un industriale farmaceutico a rischio di bancarotta: una voce chiaramente contraffatta gli annuncia che il prossimo 28 settembre, giorno del suo compleanno, sarà ucciso. Il giorno dopo, mentre si trova in azienda, in compagnia solo del guardiano della stessa, salta la corrente mentre lui si trova chiuso in ascensore. Ci vorrà del tempo per liberarlo. Un nuovo, angoscioso avvertimento. Non l’unico. Altre telefonate minacciose che lo riguardano raggiungono la moglie e il figlio. A questo punto l’imprenditore avverte la polizia, che manda il commissario Daniela Brondi che, con l’aiuto dell’ispettore Ferri, darà avvio a misure di sicurezza che non basteranno a salvare la vita all’imprenditore, il cui corpo sparirà in fondo al lago. La bella poliziotta non accetta la sconfitta e con rabbia e determinazione prenderà a indagare su Verzini, la sua famiglia, il suo entourage, quella che lui chiamava “la mia corte”, un nido di vipere che non renderà facile il lavoro di Daniela Brondi in una sfida appassionata nella cui rete ad essere preso sarà anche il lettore. Tanto più che erano in molti ad avercela con lui, soprannominato “Il Drago, il dio del male”.
Biagio Proietti è nato a Roma nel 1940. E’ stato attivo nel cinema e in televisione tra gli anni settanta e ottanta. Ha legato il suo nome al film horror Black Cat (Gatto nero) e ad alcune serie televisive, tra le quali spiccano due di grande successo Coralba e Dov’è Anna? Sua anche la miniserie sull’investigatore Philo Vance interpretato da Giorgio Albertazzi. Nel 2014 è uscito il romanzo Dov’è Anna, per 21 Editore, tratto dalla sua omonima serie, firmandolo con Diana Crispo, sua compagna nella vita oltre che sul lavoro. Ha scritto anche per il teatro e per la radio. Lo scorso anno, è uscito un libro testimonianza sulla sua vita e le sue opere nel libro Biagio Proietti, un visionario felice, a cura di Mario Gerosa. Attualmente fa parte del Consiglio di gestione della SIAE e del direttivo di Writers Directors Worldwide.
Pagine 200, prezzo 16,00 euro. (Oltre)
In libreria il 25 novembre
ELISA AMADORI IL FANTASTICO SOLDATI
Nel ventennale della morte ricordiamo l’opera e la figura di Mario Soldati. Lo fa una giovane studiosa, Elisa Amadori, con un suo saggio che, partendo dal romanzo Lo smeraldo, del 1974, investiga sull’intera produzione dello scrittore torinese che l’Autrice, senza esitazione, definisce “padre” della letteratura distopica italiana. Infatti, solo dopo i suoi romanzi, e in particolare dopo Lo Smeraldo sarebbero venuti in Italia i romanzi distopici di Buzzati, Cassola, Morselli, Volponi. «Il filone in questione germina nel novecento con l’affermarsi della storia dei regimi totalitari, con la realtà che va a legittimare e incrementare la fiction letteraria» spiega Elisa Amadori, quasi la realtà offrisse su un piatto d’argento gli elementi che avrebbero dato vita a Dissipatio H.G. di Morselli o a Corporale di Volponi o alla Trilogia atomica di Cassola. Sono tutti romanzi usciti negli anni Settanta, momento storico di forte instabilità, che vedono il romanzo distopico rispondere all’aspirazione dell’uomo contemporaneo ad una totalità , ormai perduta, di un mondo abitato dal senso dello smarrimento. Lo Smeraldo di Soldati, assume così connotati paradigmatici che ne fanno una lente con cui osservare a fondo, con la realtà e le sue paure, l’opera omnia dello scrittore, in tutte le sue caratteristiche peculiari, spesso sottovalutate perché considerate prossime alla letteratura di consumo, anche per la scrittura estremamente scorrevole. Un saggio, questo di Elisa Amadori, che ci fa conoscere meglio un autore capitale del nostro Novecento, anche grazie, ad alcune testimonianze di persone che l’hanno conosciuto e a lui vicine che completano il quadro d’insieme che dello scrittore e della sua opera ci ha dato l’Autrice.
Elisa Amadori, nata a Gualdo Tadino nel 1982, è laureata in Lettere a Perugia, città in cui vive. Ha conseguito un Dottorato in Italianistica presso l’Università degli Studi di Macerata con una tesi su Mario Soldati. Nel suo percorso si è dedicata anche all’attività di consulenza editoriale e allo studio della Letteratura legata all’esodo giuliano-dalmata, in particolare all’opera di Diego Zandel. Insegna materie letterarie nella Scuola secondaria di secondo grado.
Pagine 300, prezzo 24,00 euro. (Gammarò)
In libreria il 25 novembre
FABRIZIO BENENTE – MARIO DENTONE MALA MORTE A SAN NICOLAO
Fabrizio Benente, archeologo, professore all’Università di Genova in archeologia medievale, uno dei primissimi autori della Oltre Edizioni con il libro Appunti di viaggio, conduce da anni gli scavi presso l’Hospitale di San Nicolao di Pietra Còlice che si trova sulla diramazione della Via Francigena che da Pontremoli porta a Santiago de Compostela, passando sulle alture alle spalle di Sestri Levante, Liguria. I risultati di questi scavi sono stati naturalmente pubblicati in riviste specialistiche dallo stesso Benente. Ma, tra i tantissimi ritrovamenti ce n’è stato uno in particolare che ha scatenato la fantasia del professore: lo scheletro di un uomo morto trafitto da 19 colpi di spada e di pugnale. Agli scavi, in qualità di allieva del Benente, partecipò anche Marzia Dentone, figlia dello scrittore Mario Dentone che ha preso a scrivere, su “istigazione” dello stesso Benente, un racconto di assoluta fantasia su questo ritrovamento e le sue possibili implicazioni, una specie di cold case. Ne è uscita l’idea di questo libro in due parti: quella di una fiction, una sorta appunto di cold case, che integra in maniera avvincente la relazione, scientifica ma, in questo caso, anche molto di personale divertimento, delle evidenze dagli scavi, all’interno della quale sono emerse più di una storia, tutte assai curiose, oltre a quella dello sconosciuto ucciso dal cui ritrovamento è partita l’indagine Ne è nata un’opera avvincente, composta in due parti, che appassionerà gli amanti dell’archeologia e, perché no? anche quelli del giallo.
Fabrizio Benente è professore associato di Archeologia cristiana e medievale presso l’Università di Genova. Ha condotto scavi archeologici e ricerche in diversi paesi del Mediterraneo. Ha curato l’allestimento di mostre, è stato direttore di museo e organizzatore di eventi culturali. Ha pubblicato monografie e saggi a carattere scientifico. È autore di documentari, di opere divulgative e di narrativa: Appunti di Viaggio (2011), Radio Orwell (2016).
Mario Dentone è scrittore e saggista. Ha collaborato con la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova. Da alcuni anni alterna l’attività narrativa con quella teatrale e con collaborazioni giornalistiche. Ha pubblicato numerosi romanzi: Equilibrio (1981); Al Mattino Era Notte (1983); Donna di carta velina (1988); Il gabbiano (1995); La Badessa di Chiavari (2007); Il padrone delle onde (2010), Il cacciatore di orizzonti (2012) Il signore delle burrasche (2014); La Capitana – 1. L’ammutinamento (2016); La Capitana – 2. L’orgoglio del mare (2019).