Seconda regia del figlio d’arte Lamberto Bava che, continuando sulla scia del giallo/thriller dopo “Macabro”, si conferma regista di gran livello all’interno del genere, molto abile soprattutto nella costruzione della suspense. Inizialmente “La casa con la scala nel buio” avrebbe dovuto essere una miniserie televisiva per un totale di 8 puntate della durata di circa 25 minuti ciascuna (circa 200 minuti complessivi). Girato in 16mm (e successivamente gonfiato in 35), cambiò destinazione in fase di montaggio soprattutto per la violenza grafica di alcune scene ritenute troppo forti per la tv e finì quindi nelle sale cinematografiche, dove ebbe anche un buonissimo riscontro di pubblico, con una durata di circa 107 minuti. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di Dardano Sacchetti e di sua moglie Elisa Briganti e la storia inizia con un prologo che, come più volte raccontato da Sacchetti stesso in numerose interviste nel corso degli anni, rappresenta una delle sue ataviche paure infantili: scendere delle scale buie, apparentemente senza fondo. Da qui in poi si dipana la storia con protagonista un Andrea Occhipinti (reduce dall’ottimo “Lo squartatore di New York” di Fulci) un po’ fiacco ma contornato da belle fanciulle, quasi tutte vittime della follia di un misterioso assassino: Valeria Cavalli, Fabiola Toledo, Anny Papa e Lara Naszinski. Il resto del comparto maschile è composto da Stanko Molnar (che Bava ripropone dopo “Macabro”) e da Michele Soavi, qui nella doppia veste di attore ed aiuto regista: il suo talento esploderà di lì a poco, grazie anche alle collaborazioni con Dario Argento che lo consacreranno uno dei registi italiani più abili nell’horror.
Bava realizza un ottimo prodotto, girato quasi tutto in interni (il set è composto quasi interamente da una enorme villa romana sulla Via Cassia di proprietà del produttore Luciano Martino), con una ottima strategia della tensione che tiene sempre lo spettatore sul chi va là. Dimostra inoltre di aver ottimamente assimilato la lezione di Dario Argento per quanto concerne la spettacolarizzazione degli omicidi: un paio di delitti sono davvero feroci e decisamente sanguinari (l’omicidio di Valeria Cavalli e, soprattutto, quello di Fabiola Toledo), in perfetta linea con lo splatter che in quel periodo stava prendendo sempre più piede (è chiaro che in tv certe scene non si sarebbero mai potute vedere).
Le musiche giocano, come al solito, un ruolo importantissimo anche perché il protagonista del film scrive colonne sonore: ci pensano dunque i grandissimi fratelli Guido & Maurizio De Angelis che musicalmente sono stati frequentatori sporadici del giallo/thriller ma che, ancora una volta, fanno centro con un tema principale decisamente inquietante. Purtroppo questa suggestiva soundtrack è ancora inedita su qualsiasi supporto: un vero peccato.
Il film è disponibile da tempo in dvd e ora lo è anche in blu-ray ma all’estero (leggasi Inghilterra), con audio italiano: gli amanti del giallo all’italiana non devono e non possono farselo sfuggire, visto che è uno degli ultimi grandi esempi di un genere che, all’alba della metà degli anni ’80, si era ormai quasi esaurito.
Continuano le presentazioni di Helga per il nuovo libro “Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti” pubblicato da Oligo Editore, le prime date del 2020 che siamo in gradi comunicarvi sono le seguenti:
Quando finisce il Natale: il 1° gennaio? All’Epifania? Alla Candelora?
Tutti sanno che il Natale inizia la sera del 24 dicembre (in realtà inizia a fine novembre ma il discorso sarebbe troppo lungo). Dalle esperienze passate sull’aspetto del vicinato, si penserebbe che finisca – indipendentemente dalla data – la domenica successiva al 1° gennaio, l’ultimo giorno prima che la maggior parte delle persone torni al lavoro o a scuola. È il giorno in cui scompaiono le luci fuori dalle porte e gli alberi una volta allegri vengono spogliati e messi sul bordo del marciapiede in attesa del furgone della spazzatura.
Ecco un piccolo quiz. Quando finisce il Natale per i cristiani cattolici?
26 dicembre
1° o 2 gennaio
6 gennaio
2 febbraio
È un po’ una domanda trabocchetto. In primo luogo, elimineremo le risposte facili: la 5 è fuori gioco perché la 1 non è corretta visto che l’“Ottava di Natale” è stata istituita alla fine del IV secolo, all’epoca o vicino all’epoca in cui il 25 dicembre è stato fissato come data del Natale. In un’Ottava (e ne avevamo almeno 18), ogni giorno è una celebrazione del primo giorno dell’Ottava (anche se le letture cambiano). Nel 1955 tutte le Ottave sono state soppresse, tranne Natale, Pasqua e Pentecoste. Ma – ecco un piccolo indizio – l’ormai dimenticata Ottava dell’Epifania influenza ancora il calendario.
E la 4, il 2 febbraio? La Candelora, celebrata quaranta giorni dopo il Natale, è per tradizione la fine ufficiale del periodo natalizio, segnando la fine dei periodi liturgici del Natale e dell’Epifania. Il periodo dell’Epifania, pur essendo ancora osservato nella forma straordinaria (calendario del rito latino), non è più un periodo liturgico nel rito ordinario. Ciò non vuol dire, comunque, che sia meno importante. La festa della Purificazione di Maria è la più antica festa mariana, risalendo almeno al V secolo. Segna anche la Presentazione del Signore al Tempio e l’incontro con le profezie di Simeone e Anna (cfr. Lc 2, 22-40).
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Ricordiamoci inoltre che il 7 gennaio è il Natale ortodosso. La maggior parte degli Ortodossi celebra la nascita di Gesù il 7 gennaio. Le festività natalizie nel mondo ortodosso terminano con la celebrazione dell’Epifania e della solennità di san Giovanni Battista, il 19 e 20 gennaio secondo quello gregoriano.
Natale è il periodo dell’anno liturgico della Chiesa cattolica e di altre chiese cristiane che inizia il 25 dicembre e finisce la domenica del battesimo del Signore, che ricorre la prima domenica dopo l’Epifania. Ha dunque una durata di due o tre settimane. (Wikipedia)
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È Natale DAL 25 dicembre, NON IL 25 dicembre!
Natale è il periodo dell’anno liturgico della Chiesa cattolica e di altre chiese cristiane che inizia il 25 dicembre e finisce la domenica del battesimo del Signore, che ricorre la prima domenica dopo l’Epifania. Ha dunque una durata di due o tre settimane. (Wikipedia)
NATALE – Dato che la data della morte di Gesù nei Vangeli si colloca tra il 25 marzo e il 6 aprile del nostro calendario, per calcolare la data di nascita di Gesù secondo alcuni studiosi si sarebbe seguita la credenza che la morte sia avvenuta nell’anniversario della sua venuta al mondo. Secondo questa ipotesi, per la festività del Natale si calcolò che Gesù fosse morto nell’anniversario della sua Incarnazione o concezione (non della sua nascita), e così si pensò che la sua data di nascita dovesse cadere nove mesi dopo la data del Venerdì Santo, tra il 25 dicembre e il 7 gennaio. Ecco perché: è Natale DAL 25 dicembre, NON IL 25 dicembre. E’ Natale dal 25 dicembre al 7 gennaio compresi e anzi, la maggior parte degli Ortodossi celebra la nascita di Gesù il 7 gennaio. Per un approfondimento su questo tipo di ipotesi, che si basa molto sul significato simbolico attribuito nell’antichità ai numeri, cfr. il lavoro di Duchesne, cit. in Susan K. Roll, Toward the Origin of Christmas, 1995, pag. 89).
La maggior parte degli Ortodossi celebra la nascita di Gesù il 7 gennaio. Le festività natalizie nel mondo ortodosso terminano con la celebrazione dell’Epifania e della solennità di san Giovanni Battista, il 19 e 20 gennaio secondo quello gregoriano.
“Nella tradizione della Chiesa, l’Epifania (manifestazione) è il compimento del Natale: il Bambino nato nella mangiatoia di Betlemme si manifesta nella sua realtà di Messia e Salvatore di tutti gli uomini. Con l’adorazione dei Magi, la liturgia celebra altri due eventi con i quali Gesù si manifesta all’inizio del suo ministero: il Battesimo e le nozze di Cana. Li rivivremo nelle prossime due domeniche. La prima epifania di Gesù è dunque l’adorazione che riceve da questi personaggi misteriosi, i Magi, “venuti da oriente”, come ci dice Matteo, il solo evangelista a riferire della loro visita (Mt 2,1-12). Si tratta di personaggi provenienti dai popoli pagani, probabilmente dalla Persia; dovevano essere degli studiosi in profonda ricerca spirituale. Con loro, comincia a realizzarsi la profezia di Isaia (I lettura), il disegno di Dio di “chiamare le genti in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa” (Ef 3,6, II lettura). È a loro, ai Magi, che la stella “dice” che “è nato il re dei Giudei” (Mt 1,2). Dall’osservazione della natura ricevono risposte importanti per la loro vita perché pongono le domande giuste con l’atteggiamento giusto. Risposte importanti, ma non ancora sufficientemente chiare. Cercano un re, ma non sanno chi sia, né dove sia. La contemplazione della natura ha bisogno di essere illuminata e integrata dalla Parola di Dio. Sembra che persino la stella – come uno dei nostri moderni navigatori – ad un certo punto si smarrisca e abbia bisogno di ricevere luce dalle Scritture per guidare i Magi alla meta della loro ricerca (Mt 2,9). Scrive Benedetto XVI nel suo ultimo libro sull’infanzia di Gesù: “Se i Magi che, guidati dalla stella, rappresentano il movimento dei popoli verso Cristo, ciò implicitamente significa che il cosmo parla di Cristo e che però, per l’uomo nelle sue condizioni reali, il suo linguaggio non è pienamente decifrabile. Per trovare in modo definitivo la strada verso il vero erede di Davide, hanno poi bisogno dell’indicazione delle Sacre Scritture di Israele, delle Parole del Dio vivente” (pp. 117-118). Così, seguendo la stella e la Scrittura, i nostri Magi lasciano il palazzo di Erode, dove pensavano fosse normale trovare il neonato re, giungono a Betlemme e si fermano davanti ad una casa (per la tradizione, la Grotta del latte) dove vive una famiglia, certamente non in una situazione regale. Ma davanti al bambino si inginocchiano e lo adorano. Noi ora possiamo fare qualche riflessione perché l’avventura dei Magi possa illuminarci. – Ciò che guida i Magi a lasciare la loro terra, fino a prostrarsi davanti a un bambino apparentemente come tutti gli altri, è la loro fede. È la fede che permette loro di farsi guidare da un evento naturale come la stella e di ricevere luce dalle Scritture, a differenza dei sacerdoti e degli scribi, che pure ne erano i professionisti; è la fede che permette loro, davanti al bambino, di andare oltre le apparenze e di intuire un Mistero davanti al quale inginocchiarsi e adorare. Davvero per loro la fede è “fondamento di ciò che sperano e prova di ciò che non vedono” (Eb 11,1). – Matteo sottolinea che i Magi “videro il Bambino con Maria sua madre” (2,11). Maria è dunque, con Gesù, l’approdo della loro ricerca e della ricerca di ogni uomo; è “l’albergo del nostro desiderio” (Dante, Paradiso 23). Per i Magi, per noi, per tutti, questo significa che l’affetto per Maria, anche se espresso talvolta in forme semplici e spontanee, è garanzia che il viaggio drammatico alla ricerca dell’unico Salvatore, presto o tardi, giungerà a buon fine. In questa solennità e all’inizio di un nuovo anno, con la Chiesa, ci rivolgiamo a Lei: “Donaci giorni di pace, veglia sul nostro cammino, fa che vediamo il tuo Figlio, pieni di gioia nel cielo”
Belfagor ovvero Il fantasma del Louvre (Belphégor ou Le fantôme du Louvre) è uno sceneggiato tv francese del 1965, tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Bernède.
Belfagor – Trama
Nelle sale del museo del Louvre di Parigi si aggira un fantasma: la misteriosa figura, avvolta in un mantello scuro, con un nero e lungo copricapo e il volto nascosto da una maschera, è stata vista vicino alla statua di Belfagor, antica divinità dell’inganno.
Il commissario Menardier viene incaricato di condurre l’inchiesta, ma ben presto la sua strada si incrocia con le indagini private di Andrea Bellegarde, un giovane studente universitario, che, quasi per gioco, inizia a cercare di risolvere il mistero che si cela dietro la maschera di Belfagor, sino a portarlo addirittura sulle tracce dell’antica setta dei Rosacroce.
Belfagor non è propriamente un giallo ma sta in quella twilight zone fra il poliziesco e l’horror, ma quando la RAI, nel 1966, trasmise Belfagor ovvero Il fantasma del Louvre, la Paura entrò in milioni di case e – con un po’ di retorica – la tivvù non fu più la stessa: da scudocrociato scatolotto consolatorio-pedagogico divenne anche il possibile veicolo di oscurità e inquietudini.