« Gli atei sono convinti di possedere qualità superiori di obiettività e di logica: loro, almeno, si pronunciano in base a ciò che vedono, odono, toccano, misurano ecc., mentre i poveri credenti, così obnubilati dalla propria fede, danno giudizi erronei. Ebbene, non è così; per quanto intelligente possa essere, chi non accetta l’esistenza di un Creatore, la realtà dell’anima e l’immortalità dello spirito, sarà sempre privo di un elemento essenziale per affinare le proprie osservazioni e i propri giudizi. Ed essendo privo di quell’elemento, costui è limitato poiché si limita alla forma, alla superficie dell’esistenza.
Un ateo è paragonabile a qualcuno che, davanti a un essere umano, ne consideri unicamente l’anatomia. Finché si tratta di identificare e descrivere le membra e gli organi, va tutto bene, l’anatomia può essere sufficiente. Ma fermarsi all’anatomia significa studiare il corpo senza tener conto della vita che lo anima. Solo credendo alla vita dell’anima e dello spirito si può scoprire la vera dimensione degli esseri e delle cose e risvegliare la propria sensibilità alle correnti che circolano in essi. »
« Solo con il vostro esempio potete convincere le persone intorno a voi del valore dell’insegnamento che seguite. Sia chiaro: voi non siete nella Fratellanza Bianca Universale per imparare a dare buoni consigli agli altri, bensì per diventare voi stessi un esempio vivente, benefico per tutti. La missione della nostra Fratellanza è portare nel mondo la pace e la luce, e se volete mostrarvi realmente degni di questo insegnamento, dovete essere in grado di superare le questioni di interesse personale per pensare solo agli interessi della collettività.
Se siete capaci di vivere in questo spirito, formeremo una tale potenza che – anche senza dire nulla – porteremo le più grandi benedizioni intorno a noi. Dimenticate dunque i vostri piccoli interessi, non occupatevi delle debolezze altrui, non fate la predica a nessuno, ma cercate di vivere tutti insieme dando un esempio di impersonalità, di pazienza e di amore. »
Un giorno un uomo, uno spaccapietre, aiutò un’anziana signora a portare un pesante fardello. La signora ringraziandolo gli rivelò di essere, in realtà, una fata che poteva esaudire, per un giorno intero, qualsiasi suo desiderio. Lo spaccapietre immediatamente le chiese di farlo diventare il padrone della miniera dove lavorava. Si ritrovò nella miniera con indosso il vestito del padrone e incominciò a dare istruzioni alle persone attorno a lui; il sole però era molto caldo e, verso mezzogiorno, diventò cocente e stava quasi perdendo i sensi, egli allora pensò: “Vorrei essere io il sole.” In un attimo divenne il sole che illuminava tutta la terra, maestoso e sovrano. Una nuvola carica di pioggia passò di lì e coprì il suo fulgore, allora pensò: ” Voglio essere una nuvola!”.
Divenuto nuvola però si ritrovò a essere sballottolato qua e là dal vento impetuoso, tanto che subito pensò: “Voglio essere il vento!”.
Divenuto vento si mise a soffiare con foga per tutto il cielo ma, giunto a una montagna si dovette arrestare, impossibilitato a passare oltre. In collera gridò: “Come vorrei essere una montagna!”.
Divenne allora una maestosa e imponente montagna che svettava nel cielo molto più alta delle altre e che nessun vento poteva smuovere. Ad un certo punto però sentì il battere di un mazzuolo su di uno scalpello e vide che un tagliapietre, pian piano, stava bucando il ventre della montagna.
Questo racconto suggestivo ci dà una chiara immagine della parabola del desiderio. L’essere umano trascorre la sua intera vita a voler diventare o possedere questa o quella cosa in cerca della felicità e dell’appagamento che sente essere l’obiettivo stesso della sua esistenza, ma alla fine del suo percorso di vita scopre di essere insoddisfatto e incompleto come lo era nel primo giorno, in cui piangeva disperatamente; il cerchio del desiderio si chiude lasciando a bocca asciutta la fame interiore di pienezza, gioia, amore, potere e libertà.
Il racconto non ci dà soluzioni ma ci mostra solo l’illusione che spinge ognuno di noi a cercare la felicità in qualcosa che possegga, in qualche misura, qualità da noi desiderate. Potremmo dire che il racconto ci fornisce solo metà della soluzione, la pars destruens, quella che demolisce una verità illusoria; manca però la pars costruens, quella che fornisce la soluzione, l’aspetto positivo capace di risolvere il problema esistenziale.
Ogni donna e uomo sulla terra consciamente o inconsciamente va cercando appagamento all’enorme vuoto interiore che si porta appresso, i cristiani la definirebbero una “croce”, una “colpa” originaria che sicuramente appare come un difetto di fabbrica, come se l’essere umano fosse costituzionalmente difettoso.
Il dilemma a livello esistenziale cresce: il desiderio perpetua l’illusione come disse il Buddha e ci lega alla ruota del Samsara, però rimane in noi una sete inestinguibile di Amore, di gioia, di forza, di pace, di bellezza che ci spinge a desiderare, allora più che una questione di negare il desiderio forse dovremmo imparare a direzionarlo, imparare come desiderare, dove cercare ciò che cerchiamo.
Bhakti Thirta Swami scrive in un suo libro che noi esseri umani siamo affamati di Amore, letteralmente moriamo di fame d’Amore.
Un giovane pastore una notte vide scendere dal cielo su di una stella una fanciulla bellissima, di una bellezza da lui mai contemplata; si innamorò subito di lei e le chiese di restare. Vissero insieme felicemente per molti anni ma un giorno lei gli disse che doveva tornare al suo pianeta che si trovava molto lontano nel cielo. Lui la implorò di restare perchè lei era la causa della sua felicità e se se ne fosse andata la sua vita non avrebbe avuto più senso. La giovane lo guardò negli occhi con dolcezza e disse: “Mio amato, non lo sapevi che ogni cosa in questo mondo prima o poi deve finire?”.
Sembrerebbe quindi non esserci soluzione al dolore, alla possibilità di trovare la felicità eterna dall’uomo tanto agognata.
Queste riflessioni sono sicuramente note a tutti ma chi veramente decide di uscire da questo gigantesco gioco cosmico? Chi veramente con totale onestà verso se stessa/o fa scendere queste realizzazioni nelle profondità del suo essere e le abbraccia come il primo ed essenziale scopo della vita?
Io molte volte, come il minatore del racconto, ho agognato la realizzazione di un desiderio, magari considerandolo l’ultimo gradino per la felicità; molte volte, come il giovane pastore della storia, sono rimasto stupito e con il cuore spezzato quando le persone che amavo per qualche motivo uscivano dalla mia vita e allora una voce sussurrava: “Ma come! Non lo sapevi che tutte le cose di questo mondo devono finire?”, si lo sapevo ma non ci volevo credere con tutto il mio essere, non avevo ancora scelto di abbandonare l’illusione anche se sapevo che era tale.
Gli gnostici affermano esserci tre categorie di uomini: gli Ilici, gli Psichici e i Pneumatici. I primi vivono solo per soddisfare i loro desideri, spesso di bassa natura, non si pongono domande, non hanno fede o intuizioni di cose superiori a quelle rappresentate dai loro desideri; gli Psichici, sebbene abbiano gli stessi desideri degli Ilici, hanno la capacità di riflettere su temi esistenziali, comprendendo che il desiderio di cose mortali non li potrà appagare, hanno la possibilità di scelta a differenza degli Ilici, possono abbandorare l’illusione e ricercare la Conoscenza, la Gnosi. Gli Pneumatici invece posseggono la Gnosi, la vera conoscenza, sono i salvati, i saggi, coloro che “vedono”.
Questa semplice tripartizione può essere usata per chiedersi: “Io, dove sono? Dove sono oggi? Sono un Ilico in preda all’illusione, sono uno Psichico che ha compreso ma che in fondo ancora asseconda i desideri del mondo nella speranza di qualche gioia consolatrice o sono un Pneumatico, che ha fatto sue profondamente le verità comprese con l’intelletto facendole scendere nel sue essere, fino a farle coincidere con il suo profondo volere?”.
A ciascuno, poi, tocca la scelta di come costruire la propria pars costruens, a noi tocca indagare, ascoltare e sentire a quale strada appartiene il nostro passo. Intorno ai vent’anni avevo compreso con chiarezza che il desiderio mondano era come un vicolo cieco, e rischiavo seriamente di cadere nel pessimismo e nel nichilismo. Decisi però di ricercare: la sete e la fame di gioia, d’amore, di verità reclamavano il loro diritto. A noi tocca cercare quel desiderio che ci libererà da tutti i desideri e poi, una volta trovato, consegnarlo al nostro cuore e lasciarlo crescere.
Il Buddha scelse la strada della discriminazione tipica delle vie negative dello jnana, c’è invece chi sceglie di desiderare e agire per il bene altrui attraverso l’azione, il karma yoga, c’è chi infine segue la via dell’Amore divino, la Bhakti, desiderando Amore e solo Amore come destinatario del suo volere e, come ben spiega Matsyavatara Prabhu (Marco Ferrini), Amore è personificato da Shrimati Radharani.
Volevo lasciarvi alcuni schematici punti pratici per trasformare il desiderio da problema a soluzione:
Cerca in te quel desiderio che veramente la tua anima reclama, non fermarti ai desideri più superficiali. Prenditi del tempo per ascoltarti, per ascoltare la voce del cuore che parla al tuo intelletto, prima come un bisbiglio, poi sempre più chiaramente e infine con forza calma, sicura e autodisvelatrice.
Come riconoscere il desiderio del cuore?
a) Non è mosso da una paura, tipo: voglio quel lavoro perché ho paura di non trovarne altri, di morire di fame, perché senza un lavoro non sarò accettato nella società. Voglio un/a compagna/o perché ho paura della solitudine; voglio una posizione di potere perché sennò non ho valore come persona, perché altrimenti verrò schiacciato dagli altri.
b) Deve essere un desiderio ricorrente che ritorna nella tua vita e forse c’è sempre stato, non un desiderio che passa e che muta con lo scorrere del tempo.
c) Deve essere qualcosa che ti fa bene, che ti fa sentire bene, ti illumina, ti fa battere il cuore, ti muove emozioni luminose, ti ispira.
d) Deve essere libero dalla coppia di opposti di successo-insucceso; il solo perseguirlo è già fonte di gioia, liberazione, appagamento e realizzazione al di là dell’effettivo risultato sul piano mondano. Sono i famosi desideri di autoaccrescimento di Maslow, contrapposti ai bisogni di privazione.
e) Deve essere fonte di benessere per tutti non solo per noi. Questo non vuol dire pensare di diventare i salvatori del mondo ma solo che ciò che è vero bene per noi lo sarà automaticamente anche per gli altri e viceversa, il Bene è per tutti o non è vero bene.
P.S.: non chiedete agli altri qual è il vostro sogno, ne rimarreste solo confusi, gli altri possono dirvi i loro sogni non il vostro, perché solo voi conoscete il vostro sogno e solo il vostro cuore può rivelarvelo. Anche se qualcuno vi dicesse qual è, ma voi non lo aveste ancora consapevolizzato, non potreste riconoscerlo. Quante volte siamo passati davanti al nostro sogno ma non lo abbiamo riconosciuto.
Umberto Petrosino
(psicologo psicoterapeuta, ha approfondito gli studi in filosofia e psicologia vedica con la York University e il Centro Studi Bhaktivedanta. Collabora con associazioni e istituzioni come psicologo, in particolare divulgando una prassi psicologica che contempli anche il livello spirituale)
C’è propensione che la piramide di Cheope della piana di Giza d’Egitto, col suo intero complesso, costituisca un ideale modello di una prodigiosa macchina energetica rivolta ad una probabile rigenerazione vitale di natura metafisica. Infatti il suo scopo era di costituire il sacello tombale del faraone Cheope per renderlo immortale, anche se in effetti non si è mai trovato alcuna prova in merito, nel sarcofago della Camera cosiddetta del Re posta in sede della torre dello Zed. Dunque se la piramide è una ipotetica “macchina” deve pur rientrare in una concezione che possa essere formulata in termini matematici e naturalmente essere intravista con l’ausilio di una ipotetica geometria.
Oltre a tutto ciò non si può trascurare il fatto che la piramide non è stata mai posta in relazione con una barca trovata in una fossa sul lato sud di essa dagli archeologi nel 1954. Racchiusa in una camera ermeticamente sigillata, la barca era scomposta in 1224 pezzi, il cui legno si è conservato intatto per più di 4600 anni.
(1) La barca solare di Cheope
In proposito sono state formulate due ipotesi sulla valenza religiosa dell’oltretomba egizio di questa barca: la prima, quella più antica e risalente alla I dinastia, descrive una rinascita stellare del sovrano e del fatto che il suo “ka” sarebbe diventato un “Luminoso” della Duat, come una stella della costellazione di Orione; la seconda espone, invece, il nuovo credo religioso, che indicava l’oltretomba ad occidente, dove ogni giorno il Sole personificato nel Dio Atum che tramonta. È evidente che i testi delle piramidi risentono della teologia di Ra e del credo che il sovrano, dopo la sua rinascita, avrebbe seguito l’orbita del Sole in processione dietro le barche sacre degli dei.[1]
(2) Piramide di Cheope. Sezione trasversale
Traducendo ora questa simbolica barca solare in una ideale concezione geometrica, relativa ad un’altrettanta ipotesi di natura metafisica, potremmo immaginare che il complesso piramidale siffatto cheopiano, poggia su una base a mo’ di una sorta di barca che viaggia idealmente nel tempo. A ragione di ciò, dunque, non scandalizza intravedere il complesso piramidale unito ad una parabola geometrica sottostante, così come è stata considerata dal punto di vista della geometria dell’illustr. 2 con la quale immagino delle correlazioni funzionali con le due Camere del Re e della Regina al suo interno.
(3) Geometria della piramide di Cheope con l’ausilio di una piramide particolare, il tutto all’insegna della sezione aurea.
A sostegno di questa ipotesi, che in effetti non ha riscontri reali in sede della base strutturale, è la presenza in loco di una barca ritenuta del faraone Cheope che, ovviamente costituisce il simbolo per la supposta barca metafisica per viaggiare dopo la sua morte verso la rinascita corporea, secondo la religione del suo tempo, accennata in precedenza.
Di qui, in un lampo ecco disporsi le cose in merito, associate alla ipotetica energia circolante nella piramide (su cui molti studiosi sono concordi), e tutto per merito di una prodigiosa parabola, reale configurazione geometrica della barca osiderea. Ma c’è di più sull’apporto di questa parabola, considerato che la piramide-macchina è “solare” e deve in qualche modo captare le energie solari del dio Ra e convertirle al suo centro focale, in sede della Camera della Regina, naturalmente la dea Iside.
Intanto, con l’illustr. 3 sono mostrati i dati geometrici dell’illustr. 2, utilizzando la concezione del rapporto aureo su cui c’è concordanza:
y² = 2 p x, dove p = 1 (equazione della parabola) ya = √ [2 / (1 + √5)] = 0,786151377… xa = ya² / 2 = 0,309016994… phi = 38,17270763…° 180° – 4phi = 27,30916948…° yi = tang (180° – 4 phi) = 0,516341175… xi = yi² / 2 = 0,133304104… d = yR = 0,080615621… xR = d²/ 2 = 0,003711446…
(4) Taglio di una pietra preziosa. Gioco di luce con la scomposizione nei colori dell’iride
La luminosità è un requisito fondamentale delle gemme preziose e le loro studiate sfaccettature moltiplicano i giochi di luce scomposta nei suoi colori, cosiddetti dell’iride, all’interno per sprigionarsi in modo sfolgorante all’esterno (illustr. 4). Nulla allora che meravigli, dunque, vedere la piramide di Cheope come uno speciale cristallo e costatare subito una particolare proprietà dovuta a un ipotetico raggio di luce che interagisce in esso. Dalle illustr.ni 2 e 3 si può capire di seguito cosa si tratta. Il raggio IP è normale alla parabola e si imbatte di ritorno sulla parete C’B’ riflettendosi in Q della parete opposta C’A’. Prosegue da qui la riflessione luminosa, supposta energetica, in modo verticale fino in fondo sulla parabola in R. Si sa che tutti i raggi verticali confluenti su una parabola si riflettono convergendo nel fuoco relativo, che nel nostro caso è il punto F. Naturalmente si è capito che il punto I di partenza del supposto raggio luminoso è unico in modo che la sua inclinazione riferita alla verticale sia 180° – 4 phi come indicato sulle illustr. 2 e 3. Phi è il semi-angolo al vertice della piramide. Il simbolo di phi è φ.
Nessun commento su questo raggio salvo a vedere ora il raffronto con lo spaccato della piramide di Cheope (illustr. 2), in cui si vedono i vari elementi che vi fanno parte: la tomba del Re e della Regina, la Grande Galleria ed altro.
Ed ecco il fatto meraviglioso che spiega il titolo di questo capitolo: Una parabola per il mistero della Grande Piramide! Due cose in una: il fuoco F della parabola di arco A’OB’, su cui è posta la piramide A’B’C’, coincide con un certo punto della tomba della Regina e il raggio verticale QR della ipotetica luce, all’interno della piramide in questione, coincide con l’asse della tomba del Re.
In merito allo Zed e alla funzione piezoelettrica del sistema dei ranghi di basalto, ritenuti la fonte di energia circolante nella piramide, in relazione al potere che serve per la rigenerazione vitale alla base del potere che vi deriva, mi fa pensare alla spiegazione in che modo le ossa si rigenerano.
Il modo con cui molti organismi viventi usano la piezoelettricità è molto interessante: le ossa agiscono come dei sensori di forza. Applicando una forza, le ossa producono delle cariche elettriche proporzionali alla loro sollecitazione interna. Queste cariche stimolano e causano la crescita di nuovo materiale osseo, rinforzando la robustezza della struttura ossea in quelle zone in cui la deflessione interna è più elevata. Ne risultano strutture con minimo carico specifico e, pertanto, con eccellente rapporto peso-resistenza[2].
Un’altra cosa è possibile suggerire come riscontro ideografico fra i geroglifici egizi, con il raggio energetico verticale QR delle illustr. 2 e 3, sopra analizzate. Mi viene di intravederlo nello Scettro o Wзs nella mano del dio dei morti Osiride e di altri dei egizi, nonché in quella dei faraoni assisi sul trono (illustr. 5).
La cima di questo scettro termina con una sorta di maniglia di traverso particolarmente sagomata che può benissimo riferirsi alla parete della piramide dove il raggio si riflette; mentre la parte terminale è munita di una forcina a due punte che potrebbe riferirsi alla riflessione del raggio energetico.
(5) Lo scettro di Osiride e dei faraoni
L’affresco della cappela funeraria di Thutmose III (sec. XV a.C.)
Di altro, è interessante costatare che, osservando gli ideogrammi riportati sull’affresco della cappella funeraria di Thutmose III dell’illustr. 6, si nota che lo Scettro, oltre a quello impugnato dal faraone, è anche rappresentato (in alto, sullo Scettro del faraone) a fianco dell’ideogramma dello Zed (lo stesso della Camera del Re della Grande Piramide) e da altri segni importanti. Fra questi c’è una sorta di ciotola (presente in 9 esemplari), dal significato comune di cesto, che può benissimo correlarsi con la parabola esibita e così convalidare in cascata il resto delle argomentazioni sostenute sin qui.
6: Affresco della cappella funeraria di Thutmose III (sec. XV a.C.)
Un dettaglio importante fra i tanti della nutrita rappresentazione di geroglifici e ideogrammi, è il gonnellino dell’offerente davanti al faraone che ha la chiara foggia della piramide di Cheope. Non solo, ma la fascia pendente dalla cintola coincide con l’asse passante per lo Zed della piramide. In più l’offerente versa dell’acqua in due anfore, come per confermare due cose, un supposto potere duale dello scettro attraverso la relativa forcina terminale, e poi la forma parabolica dell’acqua. Di qui la concezione geometrica della parabola, elemento essenziale del presente lavoro sulla piramide-macchina di Cheope.
Il viaggio con la barca solare nella Grande Galleria
(7) Papiro di Ani ( Tav. I, British Museum di Londra). Partic. giudizio di Ani
La particolare forma della Grande Galleria fa progredire il ragionamento per spiegare la reale funzione della piramide cheopiana. Considerato che l’impianto piramidale costituisca un centro misterico di iniziazione, più che sacello tombale del faraone Cheope, che può essere spiegato con l’ausilio del noto papiro di Ani. Vale l’ipotesi molto accreditata che in realtà la piramide in questione sia preesistita in relazione al regno di Cheope.
Nel partic. dell’illustr. 7, Anubi, dalla testa di sciacallo, pesa il cuore di Ani, e nel partic. dell’illustr. 8, successiva, Ani è davanti al tabernacolo di Osiride per il giudizio finale dello scriba Ani. La prova è superata e Ani viene condotto alla presenza di Osiride, seduto in un tabernacolo a forma di sepoltura.
(8) Papiro di Ani (Tav. II, British Museum di Londra). Partic. Ani davanti a Osiride per il giudizio finale.
In queste due illustrazioni è chiaro come si svolge il rituale dell’esame di Ani, colui che è in procinto di essere iniziato ai misteri di Osiride. Perciò immaginando che questo rituale si svolge nella Grande Piramide, il neofita al posto di Ani, dopo essere stato giudicato idoneo all’iniziazione si prepara per un certo “viaggio” che avverrà sulla barca solare, ma da solo. Simbolicamente vediamo appunto nell’illustr. 8, Ani genuflesso su un piccolo piano di acqua (il mercurio filosofale) davanti al tabernacolo di Osiride. In altro modo quest’acqua alchemica si spiega legandosi al noto “lago della verità” della dea Maât del giudizio.[3]
Nel nostro caso della piramide dell’iniziazione, tutto ciò che è rappresentato simbolicamente in questa fase è quanto si attua nella salita della Grande Galleria.
Di qui il concetto di ascesa e di preparazione all’impatto con la prova finale che avverrà nella Camera del Re. Ecco che si spiega la modulazione del flusso dell’acqua mercuriale determinata dalle serrande, davanti all’entrata della Camera del Re. Il numero delle serrande indica appunto la graduazione del processo di iniziazione.
(9) Serrande regolatrici ingresso flusso di ipotetiche “energie” alla camera del Re.
Questo sta facendo Ani davanti a Osiride, ossia lo vediamo “abbeverarsi” appunto con l’acqua fluente dalle serrande aperte, (illustr. 9) nel caso della Piramide, mentre si serra sempre più il plico della sua memoria del suo “sapere”. Di qui il parallelo al tema della supposta energia elettromagnetica fluente nello Zed, ossia tramite Osiride. Infatti osservandolo da vicino si è colpiti dalla trama del suo corpo che è come un ideale magnete. Nell’insieme ogni cosa è informata al suo orientamento.
In alto all’esterno i 12 serpenti (i mesi dell’anno) rappresenterebbero le linee di forza magnetiche come quelle della Terra concepita similmente a una geodinamo.
L’illustr. 10 mostra la rappresentazione didattica di magneti elementari in un asta di ferro raffigurati come aghi di bussola. A destra è il caso di un asta amagnetica; a sinistra l’asta è magnetica come il corpo di Osiride. (Tratto da «Corso di Elettronica», Istituto Svizzero di Tecnica di Luino).
(10) Due casi di sistemi di bussole magnetiche.
Si capisce che il tabernacolo di Osiride è un modo diverso di rappresentare iconograficamente lo Zed, con la differenza sostanziale che va visto integrato con la concezione della Camera della Regina.
Nel papiro di Ani vediamo appunto alle spalle di Osiride Iside e la sorella, entrambe integrate nella rappresentazione della Camera della Regina.
A questo punto non resta che prefigurare nella Piramide di Cheope il viaggio in questione, cosa che non difficile concepire, anche perché con l’occasione si spiega la ragione della concezione architettonica particolare della Grande Galleria dove si compie il viaggio di ascesa iniziatica. Naturalmente con un modello di barca solare non diversa, ma in proporzione ridotta, da quella di 47 metri di lunghezza di Cheope trovata accanto alla sua piramide di Giza.
L’illustr. 11 non ha bisogno di commenti eccetto far capire che il “viaggio” iniziatico è concepito per simulare l’altro “viaggio”, il vero che vi corrisponde e che si attua sul piano delle energie eteriche.
(11) Piramide di Cheope. Partic. imbarco dell’iniziato per il viaggio di ascesa verso il Tabernacolo di Osiride (lo Zed).
Perciò all’acqua, immaginariamente nell’invaso della Grande Galleria in fase iniziale, corrisponde il mercurio filosofale che è “acqua che non bagna le mani”[4]. Per ragioni di simulazione, la barca perciò è sostenuta da una opportuna incastellatura di legno che è fatta scivolare sulle banchine laterali della Galleria. In questo modo si spiegano anche certe piccole buche a ridosso dei muri a intervalli regolari, fatti apposta per impedire con zeppe alla slitta porta-barca di retrocedere. Per convincerci di ciò che ho appena detto sul processo iniziatico, come concezione non differisce – mettiamo – dal rituale della comunione eucaristica della Santa Messa del Cristianesimo. La mimesi è alla base di tutti i rituali misterici.
Nelle arti mimetiche, vengono comprese in primis la pittura e la scultura che rappresentano la riproduzione visiva e plastica dell’uomo e la realtà mondana in cui egli soggiorna. Ma si capisce che a queste due arti, possono essere incluse anche la letteratura, la fotografia, il cinema, la televisione e la realtà virtuale. Ecco che la mimesi si fa arte di per sé, ovvero imitazione della realtà in cui va compreso «non solamente ciò che appare, bensì anche ciò che non appare pur “essendo”, ciò che è, ma non può ancora per sua natura manifestarsi pur “potendo” apparire. Questo concetto di mimesi, non ha il senso di copia più o meno fedele della realtà, quanto di rappresentazione, raffigurazione senza un particolare riferimento all’uguaglianza con la cosa imitata, imitazione quindi, della forma ideale [Cfr. a questo riguardo il testo di Gombrich Arte e Illusione] ».[5] Questo modo di interpretare la mimesi, che è riferito alle espressioni delle Belle Arti secondo Gombrich appena citato, può servire egregiamente per orientare la comprensione del tema esoterico in corso di trattazione, che a buon ragione può essere definita mimesi sacrale.
La via della geometria sui poteri attribuiti alla dea Iside
(12) Lemniscata di Bernoulli.
Resta un ideogramma da spiegare perché è fondamentale per aprire la “porta” del segreto riposto nella iconografia della piramide di Cheope idealizzata in termini metafisici (astrale-eterico), tema di questo saggio. Non a caso il suo nome è Chiave di Iside nota in termini egizi come Ankh. L’ideogramma dell’Ankh, in virtù dei poteri attribuiti alla dea Iside, deve avere delle connotazioni di natura mercuriale che per forza hanno principio in regole auree, secondo le quali si attua la sua divina proporzione.
Questo è possibile con la geometria di una particolare curva, la «Lemniscata di Bernoulli», che mi è sembrata ideale per estrapolarne il possibile “segreto” matematico relativo.
(13) Proprietà della lemniscata di Bernoulli.
La «Lemniscata di Bernoulli» (da lemniscato: lemnisco, corona, palma) è il nome di una particolare ovale di Cassini. Si tratta del luogo dei punti di un piano per i quali il prodotto delle distanze PF’, PF da due punti fissi F’, F (illustr. 12) è costante e precisamente è uguale al quadrato della semi-distanza dei due punti; ha equazione cartesiana: (x2 +y2) = 2 a (x2 –y2); e polare: ρ = a √ (cos 2θ).
Perché la lemniscata di Bernoulli si confà all’ideogramma dell’Ankh? Perché se si osserva il nuovo disegno (illustr. 13) che ho fatto conforme quello dell’illustr. 12, ci rendiamo conto che essa è generatrice della geometria della piramide di Cheope. Il segmento vettore OP è la semibase della piramide anzidetta, la cui altezza è determinata OA. Di qui la piramide in questione è posta in evidenza col triangolo isoscele ABC. Su questa base, poi, è concepibile l’ideogramma dell’Ankh conforme il disegno dell’illustr. 14.
Una delle curve delle due lemniscate, quella in alto identifica l’anello a forma di uovo capovolto;
dall’equazione polare della lemniscata di B. ρ = a √ (cos 2θ), si perviene al valore di θ = 25°, 91364623… che permette di verificare, appunto, l’esattezza di F’O = FO = 1 / √ 2;
si traccia un cerchio passante per i fuochi delle due curve di Cassini (con r = 1 √ 2);
sapendo che il semiangolo angolo al vertice della piramide di Cheope è 38,17270763…°, che è conforme il rapporto aureo corrispondente, √ 1/φ = 0,786151377…, si ha modo di disegnarla e così identificare i punti di incontro sul cerchio tracciato prima. Le apoteme delle quattro piramidi di Cheope poste in croce corrispondono ai tre bracci della Croce di Iside, così come si vede nell’illustr. 14.
Il Fuoco di Ruota della Grande Piramide
Proseguendo la citazione in rosso dell’illustr. 15 del “fuoco di ruota” della Grande Piramide, Eugèn Canseliet, l’autore di questa locuzione, «e che il divino Teofrasto scoprì. Si forma in questo globo una polvere solare, che poiché si è purificata da sé medesima, con la mescolanza con altri elementi; ed essendo preparata secondo l’arte, diventa in poco tempo, superlativamente adatta ad esaltare il fuoco che è in noi; ed a farci diventare, per modo di dire, di natura ignea.»[6].
(15) La grande Piramide. I raggi del Sole alchemico generano il “Fuoco di Ruota”, grazie al Bagno di Meti. La visione del Sacro Graal.
I sacerdoti del tempo in cui la Grande Piramide era per essi il Santuario dei Misteri di Osiride, forse prefiguravano il “fuoco di ruota” come io l’ho disegnato con l’illustr. 15. Ora si comprende la reale funzione delle 10 ciotole presenti nella cappella funeraria di Thutmose III, sparse in punti diversi stampate sul muro dell’illustr. 6. E si capisce in pieno anche ciò che ha detto sul Mare dei Filosofi Fulcanelli (Le dimore Filosofali, vol.1, pag. 181), cioè: «La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire è quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che, a sua volta, circonda tutto il mondo.». Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste; alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana, la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l’unisce alla pietra. Ed è in questo ideale bacile che si raccoglie, la virtù, posseduta dal mercurio o luna dei saggi, capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante l’immersione o il bagno del re, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del Graal, che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali.
E si capisce anche il senso del tempo richiesto, il cui scadere è dettato, secondo i piani astrologici, dai due condotti di aerazione attraverso i quali giunge la luce delle due stelle di Beta dell’Orsa Minore e Sirio, alla Camera della Regina, la Luna, e punto focale del Santuario piramidale. In quel tempo il “viaggiatore” si mette in azione e sale sulla barca ormeggiata all’inizio della Grande Piramide e ascende al piano superiore dove l’attende la porta della Camera del Re, il tabernacolo di Osiride (del papiro di Ani). Qui le operazioni si svolgono in più fasi e le varie serrande che modulano il flusso dell’acqua mercuriale attendono a questo scopo. Ma sappiamo che il tempo è nelle mani della stella Alpha Draconis e successivamente della Zeta Orionis che completa l’opera.
Si capisce, a questo punto, che il flusso energetico che transita per la Camera del Re, a saturazione avvenuta del bagno di Meti, allude alla forza kundalini della cultura yoga. Sin da questo momento la gran ruota disegnata nell’illustr. 14 si mette a girare e questo comporta soggiacere all’azione di un fuoco interiore che è quello degli atanor alchemici da tenere sempre sotto controllo.
Chi ha la mente versata per l’ingegneria intravede immediatamente nell’illustr. 14 una gran ruota che funge da turbina che è attivata dall’azione energetica dei raggi solari, in modo che tutto si mette in moto. L’arte ermetica impone che l’adepto sin dal primo momento in cui si mette all’opera non cessi mai di farla fermare, è questo il suo mandato imperativo.
La Grande Piramide che si converte in un magnete
(16) Decorazione sul soffitto di una stanza del castello Dampierre-sur-Boutonne.
La comparsa della Remora alchemica
Riferendomi ad uno dei libri di Fulcanelli, Le dimore filosofali , a pag. 115 del II vol., viene interpretata una decorazione di un cassettone riportato sul soffitto di una stanza del castello di Dampierre-sur-Boutonne. (illustr. 16).
Si tratta di un antico simbolo usato spesso:
Il delfino attorcigliato sul bracciolo di un’ancora marina: l’epigrafe che funge da insegna, ne spiega il motivo:
.SIC. TRISTIS. AVRA. RESEDIT.
Che vuol dire: Cosi si calma questa terribile tempesta.
È inevitabile che l’incostanza sopraggiunge quando si scatena la tempesta in chi si avventura per l’impresa alchemica, ma, è imperativo che il fuoco di ruota che ha avuto principio nell’alchimista non sia compromesso. «Ma la lunga operazione che permette di realizzare la progressiva condensazione e la fissazione finale del mercurio, presenta una notevole analogia con le traversate marittime e con le tempeste che ad esse si accompagnano. L’ebollizione costante e regolare del compost ermetico si presenta in piccolo, come un mare agitato e ondoso. In superficie le bolle scoppiano e si succedono senza sosta; dei pesanti vapori addensano l’atmosfera del vaso; delle nubi torbide, opache, livide, oscurano le pareti, si condensano in goccioline che scorrono sulla massa in agitazione. Tutto contribuisce a produrre lo spettacolo d’una tempesta in proporzioni ridotte. Sollevata da tutti i lati, sballottata dai venti, l’arca, tuttavia, galleggia sotto la pioggia del diluvio. Asteria si prepara a formare Delo, terra ospitale e salvatrice dei figli di Latona. Il delfino nuota alla superficie dei flutti impetuosi, e questa agitazione dura finché, alla fine, la remora, invisibile ospite delle acque profonde, non ferma, come un’ancora poderosa, la nave che va alla deriva. Allora torna la calma; l’aria si purifica, l’acqua sparisce, i vapori si riassorbono. Una pellicola ricopre tutta la superficie, e, addensandosi e consolidandosi ogni giorno di più, indica la fine del diluvio, lo stadio dell’arca che tocca terra, la nascita di Diana e di Apollo, il trionfo della terra sull’acqua, dell’asciutto sull’umido, e l’epoca della nuova Fenice. Nello sconvolgimento generale e nel combattimento degli elementi, s’acquisisce quella pace permanente, quell’armonia che risulta dal perfetto equilibrio dei principi, simbolizzati dal pesce fissatosi all’àncora: sic trìstìs aura resedit.».
A questo punto, non a caso ho ripreso il suddetto passo di Fulcanelli, poiché l’immagine dell’ancora saldamente assicurata al fondo marino simbolizzata dalla presenza della remora alchemica mi permette di concepire la giustapposizione alla Grande Piramide posta come su un vascello tramite una parabola. Abbiamo ipotizzato che è in questa sede che avvenivano le operazioni alchemiche messe in pratica dagli antichi sacerdoti egizi. E così, passo dopo passo, si è fatta luce su molte cose del processo alchemico in discussione e per ultimo ci convince la prefigurazione del fuoco di ruota che si innesca nel neofita iniziato ai misteri di Osiride del precedente capitolo.
Ora è di scena la famosa lotta fra la Salamandra e la Remora in relazione la compost in fase piuttosto critica che si evolve nella grossa ciotola, la parabola su cui è posta la Grande Piramide. Si capisce chi sia la Salamandra impersonata dal fuoco sulfureo prodotto dai raggi solari che si riflettono sul fondo della parabola.
(17) La Grande Piramide vista come un’ancora nelle mani della Remora alchemica che fa da calamita convertendola in un grande magnete. Quando sarà l’ora propizia, dettata dalle stelle Sirio e Beta dell’Orsa Minore, nascerà il Piccolo Re.
E la Remora è chiaramente impersonata dalla Luna, ossia la Regina, meglio ancora la dea Iside, che troneggia nella sua Camera nel fuoco della parabola-ciotola (illustr. 17). È qui che convergono tutti i raggi solari perché la legge della fisica ottica che ce lo assicura. Ecco spiegato il potere della Remora che fa da calamita attirando a sé lo sperma sulfureo solare e non c’è verso per la Salamandra di opporvisi (di qui il concetto di utero cosmico, in senso più ampio del termine). Si ha così occasione di intravedere nei raggi sulfurei della Salamandra che confluiscono nella Camera della Regina.
Se si riflette sullo scettro in mano agli dei e i faraoni egizi, si nota che la parte terminale è costituita da una forcina, come a suggerire la natura del flusso energetico supposto passante per esso. Di qui si può ipotizzare che il sistema piramidale in relazione al quaternario, in realtà conico riferito alle apoteme, sia concepibile per rotazione, tale da poter essere immaginato secondo l’illustr. 18.
(18) Evoluzione potere del raggio regale generato nello Zed. Si genera il fascio magnetico di rotazione del raggio QR.
Essa mostra la perfetta armonia geometrica per averla ipotizzata all’insegna della sezione aurea. Se fosse stata concepita in relazione al rapporto π / 4 (pi greco / 4), non si sarebbe ottenuta questa armonia. Ossia con la semi-base della piramide uguale a π / 4 e l’altezza uguale a 1. Questa situazione spiega lo stato primario di caos degli elementi.
Ma ciò che maggiormente ci interessa evidenziare è intravedere nel sistema cilindrico di rotazione del raggio di potere QR, un formidabile sistema magnetico. Ecco che tutto concorda con la concezione di un potere magnetico attribuito alla Regina in sede del punto focale della parabola-ciotola, ossia della dea lunare Iside. Di qui, viene da ipotizzare che abbiamo a che fare con il tema misterioso della resurrezione dei morti da capire. E guarda caso, poco sopra il fondo della parabola-ciotola dove impatta il raggio dello scettro QR, è posta la camera sotterranea dove si svolge, presumibilmente, la fase alchemica, cosiddetta Nigredo. Si tratta del sito della “mortificazione”, ossia del “mondo dei morti” in attesa della resurrezione, appunto.
Ecco che si fa luce su di essa ed è il potere di Iside a permettere che ascendano al cielo i morti qui in attesa.
Altra fantastica idea sorge nella mia mente con l’ipotesi che suggerisce un immaginario sistema di teletrasporto legato alla Grande Piramide come prefigurato con l’illustr. 19.
[4] Mare ripurgato e mare ermetico (Le Dimore Filosofali, vol.II, pag.126):
In greco, ermellino si dice ποντικός, parola che deriva da πόυίτος o πόυίτιος, il precipizio, l’abisso, il mare, l’oceano; cioè l’acqua pontica dei filosofi, il nostro mercurio, il mare purgato due volte col suo zolfo, e talvolta semplicemente l’eau de notre mer che dev’esser letto eau de notre mère, cioè l’acqua della materia primitiva e caotica chiamata soggetto dei saggi. I maestri ci insegnano che il loro mercurio secondo, quest’acqua pontica di cui stiamo parlando, è un’acqua permanente, che, contrariamente ai corpi liquidi “non bagna le mani” ed è la loro sorgente che cola nel mare ermetico. Essi dicono che per ottenerla bisogna percuotere tre volte la roccia, per estrarne l’onda pura mescolata all’acqua grossolana e solidificata, in genere raffigurata da blocchi rocciosi emergenti dall’oceano. Il vocabolo πόυίτιος esprime in particolare tutto ciò che vive nel mare.
Ingredienti
300 g di biscotti secchi (vegan e piatti)
6 tazzine colme di caffè (moka o espresso)
1 confezione (dose per 4 porzioni) di preparato in polvere per budino di soia alla vaniglia (oppure vedi ricetta Budino di soia alla vaniglia)
latte di soia (per la quantità, seguire le istruzioni del budino)
zucchero di canna q.b.
1 confezione di panna da montare “Soyatoo”
1 cucchiaio di rhum
4 cucchiai di cacao amaro in polvere