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Nessun commento su Notturna 20 chiacchierata con Fabio LetteralMENTE
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(mail inviata a rifiuti@comune.bologna.it e URP@comune.bologna.it)
Questa mattina circa alle 9:45 mi sono recato presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Comune di Bologna piazza Maggiore, 6 per ritirare quanto in oggetto.
Appena si entra a sinistra c’è un bancone informazioni, un ragazzo assolutamente disinformato non mi ha saputo dire niente… provando a indovinare mi ha detto che forse non sarebbe mai stato possibile ritirarla presso l’URP, e in ogni caso avrei dovuto andare in via dello Scalo (perchè?????).Solo su mia insistenza ha preso l’iniziativa di cercare fra vari appunti di carta (ma i computer all’URP non esistono?) e, dopo averli consultati, mi ha fatto l’annuncio del secolo: “gliela consegneranno a casa”.A questo punto mi sentivo preso in giro… ho cercato di spiegargli che mi ero recato lì proprio perché so già che a casa non mi troverete (per motivi di lavoro non ci sono mai) e allora a quel punto mi ha di nuovo detto di andare in via dello Scalo (ma perchè??????!!!!!!).Ho insistito ancora e allora ha consultato altri appunti… e mi ha detto “allora venga qui da novembre in poi”, e me ne sono andato.Questo è l’URP di Bologna. Mi sono preso due ore di permesso dal mio posto di lavoro per essere trattato in questo modo da chi è pagato con le nostre tasse.Chiedo spiegazioni. La presente vi verrà notificata anche via Pec.Renzo SamaritaniContribuente del Comune di Bologna -
Tutti presenti, tutti sull’attenti. Così il generale di brigata voleva mettere ordine nel suo esercito e sistemare alcune questioni interne. Si voleva fortificare il muro di cinta, che come la muraglia cinese potesse difendere da debolezze e pregiudizi. Sicuramente, bisognava cercare alleati, crearsi complici, circondarsi di spie che riuscissero a celare il segreto che il loro fine era il nostro desiderio inespresso. Nella moltitudine bisognava crear gelosie, generare la paura che il posto al sole in ombra potesse essere messo, creare falle che come gigantesche mani trovassero l’uscita per parole indelicate che favorissero i compromessi, i disaccordi, le fughe, le ansie, i rancori, le invidie, le gelosie. Al centro di questo universo batteva un cuore che con il suo incessante fare e disfare favoriva il lavoro di una mente che instancabilmente ordinava e mendicava. Chi, stoltamente, prese tutto alla lettera, non capi’ che l’ordinanza era per tutti, ma si voleva colpire un manipolo di uomini che non avevano nulla di eroico, ma le divise avean lacere e così i loro ideali che sotto la polvere da tempo giacean in un’urna di vetro, la quale una memoria storica avea e conteneva messaggi e miraggi, ma ora era solo una povera cosa abbandonata al suo destino in un angolo della madia. I fucili a pallettoni colpirono chi della sua vita, aveva creato un diario dalle pagine strappate. Chi a sua volta aveva sparato, senza ascoltare spiegazioni. Alla sua vittima non aveva lasciato alcuna possibilità di ripensamento o pentimento. Alla sua vita aveva dato un’impronta ben precisa. Non lasciava orme, non lasciava posto ai rimpianti, ai sentimenti, alle amarezze, alle tenerezze, alle dolcezze. La punta della freccia aveva preso una direzione ben precisa, si conficco’decisa nel cuore e anniento’ la pietà. Avveleno’ gli animi e dissemino’ zizzania. Il colonnello radunò i suoi soldati, li mise in fila e li conto’. Si mise sulla collina e dalla sommità controllo’ che i suoi ordini fossero stati eseguiti. Ognuno cerco’ comunque, di uscire dalle righe. La paura di essere scoperti e puniti fecero loro trattenere il fiato. Chi per te decide, propone soluzioni che son solo seduzioni per l’orgoglio di chi, opera sul tuo capo, ti sta con il.fiato sul collo e opera soluzioni che nella maggior parte dei casi son vantaggiose per lui e non portano a te, alcun beneficio, che non si vorrebbe di ricchezza fosse intriso, ma anche solo di allegrezza e serenità. Colui è più forte e potente di te, mentre tu sei in trincea e combatti le tue battaglie con la vita, lui, tranquillo in poltrona sta’ e sorseggia il suo caffè.Hai lottato con le armi potenti della mente, alle sue parole hai ripensato e hai sperato e sognato di uscir vittorioso da quella battaglia. Alla conclusione un premio ambito:la tua dignità ben ridisegnata e scolpita. Si rivela un miraggio quella missione alla quale ti sei votato con tanto coraggio, sei rimasto abbagliato da una sagoma di cartone che ora ha mostrato una caricatura, un uomo copiato come se fosse su una velina che al primo alito di vento scopre il.suo vero volto e cenere diventa. Sotto le macerie si scopriva con orrore che tante vite erano state sacrificate, che tante parole erano state vanificate, che tante trincee di odio erano state scavate, che tanti fili spinati erano stati creati. Il mondo andava cambiato.C’era chi, lottava con il coraggio di mille pantere nere, contro le piccole e grandi miserie quotidiane: il.denaro, la viltà, la falsità. I loro ideali ergean ad emblemi.Come chi aveva seguito il.Santo Graal, piccolo credeva di essere e un.eroe era diventato. C’era chi era vissuto di trame, di orditi, e cento e mille dita avean ricamato per lui, un disegno che faceva della sua figura una persona malvagia. Il tuo divertimento: giocavi con le persone, le facevi cadere come birilli, di pezza ai tuoi occhi apparivan e tu ridevi delle loro lacrime amare. Un nemico invisibile li usava, come bersagli ti piaceva pensarli. Tu, tante ricchezze hai posseduto, ma di miseria sei vissuto. Tu tante miserie hai avuto, ma di ricchezze sei vissuto. Il.progetto in cui credevi è stato oscurato e come spicchi di fumo appaion .frastagliati in sfrangiati spicchi in cui tutto appare e scompare. Le tue lotte, le tue battaglie, sono state vissute in nome di alti ideali e hai lottato, combattutto in nome di questo stendardo che ti dava la forza di portare avanti ciò che all’inizio era ben evidenziato e ora era diventato un fine inventato senza più significato. Tu tante miserie hai avuto, ma di ricchezze sei vissuto. Posti a confronto il misero che povero sembra, di ricchezza è avvolto e inebriato. Il possidente che ricco sembra, di miseria è vestito, sono aridi i suoi sentimenti, la mente sua, povera di pensieri è.
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Le situazioni si avvicendavano nei fotogrammi…, sfuggendo a una tranquillità che era solo apparente. Io e l’attore…;la vicenda del film e la mia storia…; gli attori del cortometraggio e i miei compagni di viaggio nella vita…La storia di un’amicizia nata nell’ambiente di lavoro. La storia di un’amicizia nata, quasi per caso, con una collega di lavoro. Il vicino geloso, che entrando in casa, per caso, con finta cordialità beve il caffè con lui e poi…con un gesto.irreversibile cerca di eliminare l’amico. La collega gelosa con la quale ho diviso il lavoro, hobbies, momenti di tranquillità casalinga, gelosa ed invidiosa, con fatti e con parole, cerca di frapporre ostacoli a un legame affettuoso con la stessa imitazione di gesti inarrestabili..Una persona importante entra a far parte del gioco e con inusitata cattiveria e violenza impartisce un ordine perentorio: far ritorno, senza indugi, al proprio domicilio. Gli accordi tra ilpadrone di casa e l’amico erano già stati decisi: mossi dal.desiderio comune di trascorrere insieme, periodi in cui è triste stare soli, facevano programmi per allietare le loro.future serate. I progetti svaniscono e la tristezza li avvolge. Con finta sottomissione l’amico esegue ciò che gli è stato, con malagrazia ordinato. Ma al confine, dopo aver compiuto ciò che lui ritiene un suo dovere, ha un improvviso gesto di ribellione e riprende il cammino a ritroso. Ed anch’io, a chi mi ha obbligato, con pretenziosa tirannia, mi sono adattata a compiere schematici gesti, che fanno parte di un’ingranaggio di quella macchina “meravigliosa” che si chiama burocrazia. Io divento un bullone, non per volontà propria, sceglie come nido il suo incastro per inciso e se qualche dfetto ha, deve essere, dal martello appiattito. Vengo a far parte così dell’anonima folla, chino il capo e fingo obbedienza come fece Garibaldi con il suo superiore e professai come inconfutabile fede, la fatidica frase. Ma nel mio animo covava il rancore. Sotto le ceneri….bruciava il livore. Intanto…la mia mente…lavorava e non di trastulli, già si trattava, ma di un vero mosaico di intese. Raccoglievo informazioni, cercavo di anticipare mosse e pensieri, attuavo una tattica da vero paladino che, come a tutti è noto, furon valorosi per il loro onore e di nessun periglio ebbero paura e in punto di morte chieser perdono non delle loro vili azioni, per altro mai commesse, ma dei morti uccisi in battaglia. Intuivo che la mia era una punizione per incontri, che avvenivano con una persona che contesa non volevano,divisa, fosse. La moltitudine di persone che fluttuava nel piccolo universo di chi, deve travagliare per mangiare, si rivelava ben più carente di me nei suoi doveri verso il datore di lavoro, ma l’ipocrisia giocava a loro favore: come talpe, operavano sotterranee e, cieco era colui, che non vedeva questo stuolo di cicale che della bugia, della falsità, dell’inganno si facevan scudo. Dante avrebbe detto di loro: “Folta schiera di serpi, che come uniche armi, avete la lingua appuntita e la coda avvelenata, nascondetevi nelle selve oscure e aspettate il paladino che con il.suo piede vi schiaccera’ per far si’ che la vostra progenie non sia mai più tramandata!” I.farisei, rei confessi della Palestina sono.ancor oggi figure attuali che vivono accanto a noi e respirandoci addosso, c’iniettano veleno. Vedendo tutto ciò, la mia ribellione crebbe e nella mia mente inizio’ a delinearsi un programma che dell’osservazione faceva la sua arma migliore e creava azioni per sguainare, al momento opportuno, la spada a mio favore. Il mestiere del ribelle era di notare, scrivere prendere appunti sulla casa, la famiglia, la cucina, le abitudini quotidiane del padrone di casa. Egli . però da intervistato si trasformò in intervistatore, da agnello si trasformò in lupo e il lupo prese le sembianze dell’agnello.Ed anch’io…astutamente…cambiai modo di pensare, maniera di parlare e abitudini…Anche il mio abito cambio’….Quando l’amico ribelle arrivò presso il domicilio del padrone di casa da lui per lunghe settimane osservato, notò che la porta era aperta e intorno c’era un’atmosfera triste e desolante. Egli non aveva retto al.dispiacere di aver perso un’amico, un’amico vero. Il sogno di un momento aveva preso il sopravvento…la magica atmosfera però era stata trasformata e l’aria era diventata opprimente e irrespirabile…lui, troppo solo, si era stancato di lottare…La forza della mente è l’unica arma che ho e contro i soprusi opporro’ ciò che, della qualità della volpe ne fa il.protagonista delle favole e serve da esempio agli stolti e agli imbecilli.
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Buon ascolto!
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il Colore del Melograno from Ramananda on Vimeo.
Sergej Iosifovič Paradžanov (rus. Сергей Иосифович Параджанов; Tbilisi, 9 gennaio 1924 – Erevan, 20 luglio 1990) fu un regista sovietico. La sua opera, che affronta in chiave surrealista e visionaria le tradizioni popolari delle regioni caucasiche, è stata soggetta a fortissime censure da parte delle autorità sovietiche.
Durante la seconda guerra mondiale frequenta a Mosca i corsi di regia dell’Istituto Statale di Cinematografia, rivelandosi dotato di talento e fervida fantasia. Nel 1951, al termine dei corsi, inizia a lavorare agli studi cinematografici di Kiev, dove realizza documentari, cortometraggi e lungometraggi di propaganda, che in seguito ripudierà, definendoli “spazzatura”. Nel 1964 si celebra il centenario dello scrittore ucraino Kocjubinskij, e Paradžanov decide di ridurre per lo schermo un suo racconto, Le ombre degli avi dimenticati. Uscito l’anno seguente, il film si rivela un’opera fuori dal comune nella cinematografia sovietica per l’ampio spazio riservato al folclore di una piccola comunità dei Carpazi, i Gutzul, anche se l’opera si allontana dai tradizionali canoni del cinema di carattere etnografico: fotografia e colore, utilizzati dal regista in maniera surreale, forniscono al film un senso di vertigine, di sogno misto a realtà. Il filo narrativo del film viene infatti continuamente stravolto da sorprendenti soluzioni visive che collocano l’opera entro un formalismo espressivo che rimanda alle Avanguardie sovietiche. La critica ufficiale accoglie male il film che per un certo tempo subisce anche il ritiro dalla circolazione, salvo riapparire all’estero presso alcuni festival cinematografici dove ottiene alcuni premi (primo premo al festival di Mar del Plata) – nonostante al regista non venga mai concesso di accompagnare l’opera.
Nel 1968 Paradžanov ritorna in Armenia, dove prosegue la sua ricerca di un cinema libero nella sua espressione. Ma il breve periodo del “disgelo” sovietico volge al termine, e al regista, firmatario di una protesta contro l’arresto di alcuni intellettuali ucraini, viene sistematicamente impedito di ottenere il permesso di girare. Nel 1969 riesce finalmente a portare a termine Il colore del melograno, da molti considerato il suo capolavoro. Il film è la biografia di Sayat-Nova, trovatore armeno del XVIII secolo; lo spunto biografico delle fasi della vita di questo poeta (rappresentate attraverso ieratici quadri figurati) è l’occasione, per Paradžanov, di affrontare il tema del ruolo dell’artista all’interno della società in cui vive ed opera. Il film viene immediatamente ritirato dalle autorità per “estrema deviazione dal realismo russo”. Tre anni più tardi, l’opera viene rieditata da parte di un altro regista.
Nel 1971 Paradžanov è costretto ad interrompere a metà le riprese di Affreschi di Kiev, rievocazione surrealista della nascita della capitale ucraina che critica la distruzione degli affreschi nelle chiese di Kiev: il progetto viene dichiarato antisovietico. Nel 1974 il regista viene arrestato con varie accuse, tra cui furto di oggetti d’arte e omosessualità, ed è condannato a cinque anni da trascorrere in un campo di riabilitazione. A seguito di una mobilitazione internazionale (capeggiata dal surrealista francese Louis Aragon), Paradžanov viene liberato nel 1977, ma gli viene impedito di girare film. Nel 1984 dirige La leggenda della fortezza di Suram, nel 1988 Ashik Kerib.
Muore a Yerevan, in Armenia, nel 1990. -
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