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Nessun commento su Teatro in lutto: addio a Saviana Scalfi paladina del femminismo
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Possiamo realmente attuare quel processo trasformativo della società oggi tanto atteso? Un sano vivere civile in cui non ci sia bisogno di ricorrenze e giornate dedicate per evitare che ogni tre giorni una donna venga uccisa dal convivente, dall’ex, da un parente? Una comunità in cui a doversi vergognare sia chi diffonde un video privato, non chi lo fa?
Il VII rapporto Eures sul femminicidio pubblicato in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2020 ha incrociato i dati del Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia: sono 3.344 le donne uccise in Italia tra il 2000 e 31 ottobre 2020. A riprova del fatto che il femminicidio non è “un neologismo” degli ultimi anni, né “un’esagerazione delle femministe arrabbiate”, ma un fenomeno profondo, radicato, che insegue costantemente il percorso di autodeterminazione delle donne e di trasformazione delle famiglie italiane in corso.
La violenza ha però vari gradi e diverse forme di applicazione. Emblematico, in queste settimane, è il caso della maestra il cui video privato è stato divulgato nella chat del calcetto, costandole diffamazioni, ritorsioni e licenziamento. Della vicenda colpisce soprattutto il bigottismo delle donne coinvolte. Sono madri con figli che vanno all’asilo, dunque si presume che siano giovani, un minimo scolarizzate. E tuttavia crudeli e violente come le comari di “Bocca di rosa” di De André. Ecco, perché la giornata odierna non scada nella solita retorica oppositiva del “noi contro voi”, e se davvero si vuole evitare che la lotta alla violenza di genere presti il fianco a visioni binarie dove da una parte ci siano innocenti donne immolate al culto mariano e dall’altra bruti in balia delle proprie passioni, si cerchi di fare del concetto di “noi” l’unica bandiera possibile. Noi, individui, umanità.
(Immagine tratta dal fim “Much Loved” di Nabil Ayouch)
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Il vaccino protegge dalla malattia. Ma, da vaccinato, posso contrarre l’infezione ed essere contagioso, anche se il vaccino sicuramente riduce moltissimo la quantità di virus. Lo ha detto la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’università della Florida a “Dimartedì”. In altre parole, “Chi si vaccina non si ammala, ma può infettarsi e infettare gli altri se non indossa la mascherina”.
Non sarà un liberi tutti
“Esistono pochissimi vaccini che danno immunità sterile, cioè tali da essere, se incontro il virus, totalmente impermeabile. Nel mondo reale, se io sono vaccinato, ho una barriera che mi protegge dall’effetto nocivo del virus, ovvero dalla malattia, ma posso infettarmi e trasmettere quell’infezione se non indosso la mascherina”. Insomma, quando arriverà il vaccino non saremo liberi tutti, come se niente fosse, anche perché ci vorranno mesi per vaccinare tutta la popolazione, servirà un’organizzazione molto ben pensata, saranno eventualmente necessari anche un piano B e un piano C. “Il vaccino non è la panacea, è uno degli strumenti che ci accompagneranno al di là della pandemia“.
Milano, pubblicità choc di un’agenzia funebre: “Promozione Covid, bara in omaggio”
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L’attrice e regista teatrale Saviana Scalfi ci ha lasciato pochi giorni fa, all’età di 82 anni, a causa del Covid-19. La ricordiamo oggi, 25 novembre, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con un breve excursus della sua carriera straordinaria, che l’ha vista tutta la vita parte attiva delle lotte femministe e delle avanguardie teatrali in Italia.
Carriera e neofemminismo
Milanese di nascita, Saviana Scalfi si formò all’Accademia dei Filodrammatici e all’Actor’s Studio di New York, e successivamente lavorò nelle compagnie Fantasio Piccoli, Elsa Merlini-Paolo Carlini, e nel 1968 con Giorgio Strehler presso il Teatro Azione, di cui Saviana fece parte, e ancora, nel 1971 con Bruno Cirino al Teatro di Centocelle.
Con l’ondata rivoluzionaria del Sessantotto il teatro si era trasformato in un mezzo di rivendicazione per le donne e tutte le categorie oppresse della società. Saviana Scalfi partecipò alla fondazione, con Adele Cambria, Dacia Maraini e Lù Leone, di uno dei più interessanti collettivi di quegli anni: quellodel Teatro “La Maddalena” (1973-1989) di Roma, epicentro del neofemminismo, la corrente culturale in voga a partire dagli anni Settanta, che ebbe la peculiarità di svilupparsi soprattutto a partire dal teatro. Su quei palchi avveniva la rivoluzione: viene definito “teatro di parola” e “teatro di strada” e difatti era proprio questo, un teatro militante e mai ideologico, strumento di lotta politica e mezzo attraverso il quale la comunicazione con il pubblico si fece più diretta e dialogante. Attraverso il teatro e il ruolo dei collettivi sorti in tutta Italia, le donne si riconoscevano come soggetti, emancipandosi dall’essere solo mogli e madri. Nel collettivo, infatti, tutti i ruoli erano ricoperti da donne, che si preoccupavano anche di impartire corsi e laboratori formativi per la preparazione ai mestieri del teatro.
Il Collettivo “Isabella Morra”
Dopo l’esperienza di via della Stelletta, Saviana fondò nel 1978 assieme a Dacia Maraini e Rita Corradini il Collettivo “Isabella Morra“, di cui fu direttrice artistica, attrice e regista, e a cui presero parte successivamente Pia Mancini e altre artiste come Renata Zamengo, Ornella Ghezzi, Marisol Gabrielli, Mariella Fenoglio, Giuliano Manetti, Lina Bernardi, Alessandra Casella, Enzo Saturni.
Il Collettivo “Isabella Morra” rimase in vita per oltre 25 anni (1978-2005), producendo circa uno/due spettacolo all’anno, e assunse un ruolo attivo sulla scena europea ed extraeuropea, con la partecipazione ai principali festival internazionali.
Recitando e dirigendo spettacoli come Maria Stuarda, La regina di cartoni, Due donne di provincia, Casa Matriz e attraverso una forte presenza scenica, non solo nei maggiori teatri italiani e internazionali, ma anche in luoghi disagiati e nelle carceri, Saviana è stata capace di innovare, interpretare e mutuare i linguaggi teatrali a favore delle lotte politiche in cui credeva e per cui si è sempre battuta.
25 novembre 2020
Come se non bastasse una pandemia globale e tutto il dolore che essa si trascina, questo 25 novembre sembra essere ancora più triste per il significato intrinseco della Giornata Internazionale dedicata alla lotta alla violenza di genere. Negli anni Settanta, quando si sviluppò il neofemminismo (chiamato così per differenziarsi dal femminismo a cavallo tra Ottocento e Novecento) la parola femminicidio nemmeno esisteva. Nel 2020 constatiamo invece che viene uccisa una donna ogni 3 giorni quasi sempre a seguito di pregresse violenze subite.
Una delle ultime apparizioni di Saviana Scalfi fu esattamente due anni fa, a Foggia, con il monologo Stupri impuniti… ma non per sempre, tratto da La passione di Artemisia di Susan Vreeland e Lo stupro di Franca Rame. All’epoca aveva 80 anni e di certo non le mancava l’energia per andare in scena, per interpretare ancora una volta il punto di vista femminile e in particolare il dramma dell’abuso subito.
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Non cambia la posizione delle donne: sempre le più fragili nella coppia, perché nei fatti quelle che rinunciano al lavoro più facilmente. Con la pandemia e il conseguente aumento del carico del lavoro domestico, l’incertezza sull’apertura delle scuole, e la vulnerabilità dei nonni, sono loro – sono sempre loro – a correre ai ripari. E questo è l’antefatto alla violenza: una donna senza indipendenza economica è una donna legata a doppio filo al suo uomo, nel bene e nel male.
Penultimi in Europa
E i dati non lasciano dubbi: il tasso di occupazione femminile con la pandemia ha fatto marcia indietro segnando ben 470mila occupate in meno. Nel secondo semestre di quest’anno si è attestato al 48,4%, contro i 66,6% di quello maschile. Sono i dati riportati ieri dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, nel riferire lo studio condotto dall’Inapp dal titolo “Il post lockdown: i rischi della transizione in chiave di genere”. Siamo al penultimo posto in Europa.
Congedi covid? Sempre alle donne
E indovinate chi, nella coppia, ha scelto di utilizzare il congedo Covid dedicato a chi avesse figli in quarantena durante la pandemia? Nonostante la norma consentisse di dividere il congedo a metà con il partner, il 90% delle donne lo ha utilizzato interamente.
Disparità salariale
Perché succede? Perché il percepito resta che è il papà a portare la pagnotta, e la realtà lo agevola con il fatto che le retribuzioni femminili sono in media più basse (17% in meno nel privato secondo Eurostat), anche a parità di ruolo con gli uomini. Ovvero, l’assurda magia per la quale due manager di pari livello hanno stipendi diversi a scapito delle donne. Così, suona logico che il primo stipendio a essere sacrificato in caso di necessità sia quasi sempre quello femminile. A scapito della sicurezza personale e famigliare. Ma anche a scapito dell’economica generale.
Un sistema malato per tutti
“Questo sacrificio delle donne, per la tenuta del sistema familiare e per la salvaguardia del reddito (maschile) più forte, significa meno crescita e meno contributo al Pil e aumento del carico sulle politiche passive”, ha aggiunto il presidente Inapp Sebastiano Fadda.
Sebbene siano donne le più formate
E tutto questo nonostante le donne siano mediamente le più formate. “Nel 2019, in Italia, avevano il diploma quasi 2 donne su 3; una quota di circa 5 punti percentuali superiore a quella degli uomini (64,5%contro 59,8%). Un gap che in Europa è invece mediamente di solo un. Infine, il 22,4% delle donne ha una laurea (22,6% nel secondo trimestre 2020), contro il 16,8% degli uomini.
Giornata contro la violenza alle donne: “Ma dove sono? Non le vedo!!”
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Una ricetta di stagione, buona e salutare! Ingredienti per 4 persone:
- 100 gr sedano;
- 100 gr cipolla;
- 100 gr carota;
- 400 gr broccoli;
- 1,5 gr acqua;
- Sale & pepe
Dal canale YouTube Cucina Semplice:
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« Prima di agire, prendete l’abitudine di elevarvi tramite il pensiero fino a una vetta da cui potrete vedere chiaramente la situazione. E anche se non dovete fare niente di speciale, non appena disponete di qualche momento libero, entrate in voi stessi e immaginate di salire fino a quella vetta. Quando in seguito dovrete agire o prendere delle decisioni, il terreno sarà sgombro e voi agirete correttamente. Se si vedono tante persone disorientate e infelici, è perché trascurano questa pratica. Agiscono sempre spinte da impulsi avventati, e ovviamente si rompono la testa. Sentendo di essersi sbagliate, prendono un’altra direzione, ma dato che ancora una volta non hanno riflettuto, si rompono la testa nuovamente.
Eh, sì, la testa degli esseri umani è coperta di lividi, di bernoccoli e di incavi, simbolicamente parlando. Perciò è tempo che prendano sul serio i consigli dei saggi, i quali dicono: «Entra in te stesso e medita», poiché è così che finiranno per issarsi fino a quella vetta spirituale da cui si possono cogliere i molteplici aspetti della realtà, al fine di poter lavorare e manifestarsi nel modo migliore. »Omraam Mikhaël Aïvanhov