
Ecco signori Un primo che soddisfa il palato e la vista, Un ringraziamento al caro Renzo e Massimo che hanno gentilmente offerto questa foto, Questo primo con verdure fresche e segno di una calda estate, fusilli e verdure un’ottimo alimento estivo…

Quel grande palazzo che si affacciava sulla strada e proseguiva ad angolo retto, unendosi ad altri edifici, includendo negozi di vario genere, era l’abitazione di Serena. La via dove era situato l’edificio brulicava di persone di razze diverse. I cinesi la facevano da padroni, con i loro numerosi negozi, che soppiantavano molte rivendite italiane e come funghi, spuntavano molteplici. Il gestore del piccolo market all’angolo, era un uomo dalla pelle scura, nato in Africa.il ritovo per i suoi connazionali, era. Numerosi si radunavano in crocchi, davanti ad esso e trascorrevano il loro.tempo bevendo fiumi di birra e raccontandosi come avevano inpiegato il loro tempo nella giornata. Dai loro visi sorridenti, ai passanti, pareva di intuire che si divertivano molto. In questo rione non si poteva proprio affermare che si morisse di noia. Ogni giorno succedeva un episodio particolare che rendeva variopinto il paesaggio. Un alone di magia ne circondava i contorni. L’atmosfera non era mai tetra. Infatti, questo particolare ambiente multietnico assomigliava ad uno scorcio di vita, descritto in diversi film di Fellini. I personaggi e le stuazioni, del tutto imprevedibili, da lui create con la fantasia prendevano vita in questo quartiere. Si notava, a questo proposito un particolare personaggio era da tutti conosciuto come il “cane pagliaccio dal cuore nero”. Tutte le mattine, verso le dieci, stazionava davanti all’entrata di questa grande casa, era un uomo piccolo e grasso. Egli si spostava solo per andare nel bar lì vicino, faceva due passi e parlava con i.pochi avventori che a quell’ora sostavano nel bar. Beveva un bicchiere di vino, giocava a carte e intanto, giusto per ingannare il tempo, con le sue chiacchere, vendeva fumo. (Tra i clienti del bar, spiccava per la sua originalità, una donna di piccola statura, che entrava tutti i giorni nel locale, portando al guinzaglio un cane che si distingueva perché era più largo che lungo. La signora sorseggiava ilsuo caffè ristretto, si chinava verso l’animale e gli porgeva un cioccoltino, che esso, avidamente ingoiava. Per non addolorarlo troppo, quando uscivano dal bar, gli scartava una caramella e gliela offriva e…lo stomaco dell’animale si dilatava e…le sue proporzioni pure). La voce dell’uomo si alzava di alcuni toni, per fare capire a chi lo.ascoltava, che aveva preso una decisione irrevocabile contro quell’uomo, che faceva pisciare il cane contro il suo portone o verso l’inquilino del quarto piano, che lasciava sempre aperta la porta della cantina. Ecco un uomo deciso-si dicevan tutti!- La loro opinione si dissolveva quando, di fronte ai soggetti colpiti dalle sue minacce, abbassava la testa, faceva finta di non.vederli.e a malapena li salutava. Il suo moto, dunque, durante il giorno, era tutt’altro che perpetuo. Infatti, i suoi spostamenti avevano il solo fine di cercare un bar.Quando il bar, dove era sua consuetudine dirigersi, era chiuso, si affannava a cercarne un’altro. L’osteria,nonostante fosse di aspetto diverso, ospitava gli stessi clienti, che mutavano per l’aspetto fisico ma non per il carattere. I dialoghi erano i medesimi, l’aria che vi si respirava era inquinata di fumo e di parole vuote. Il suo movimento si allungava di alcuni passi:se avesse camminato sarebbero stati dieci. La pigrizia, in lui prendeva sempre il sopravvento, perché nella sua mente l’esercizio fisico comportava una fatica immane. Decideva quindi di usare il motorino che, parcheggiato sul marciapiede l’aspettava fedele, come un cane lupo che attendeva il padrone, con la soeranza di poter fare la quotidiana passeggiata. Le sue peregrinazioni erano di breve durata e per la paura che, senza di lui potesse succedere una grave calamità, tornava verso casa, si appostava davanti al portone e come un pastore custodisce il suo gregge, cercando di non perdere di vista una sola pecora, così lui doveva essere attento e vigile per non restare privo, di nessun particolare del paesaggio che, come un tassello.del puzzle doveva ricomporre l’intera figura. Come un caleidoscopio che con i suoi infiniti specchi si scompone in mille colori, così non si poteva frammentare l’uomo integerrimo che era nascosto nel suo animo. Egli doveva compiere l’azione, per poi ritornare sui suoi passi e ripetere quello che in principio era stato solo l’inizio. Dopo alcuni minuti quindi riprendeva, quella che per lui era l’occupazione più importante: vigilare, osservando le strade del suo quartiere, le persone che le attraversavano e i gesti che loro compivano. Un ragazzo alto, magro e con gli occhiali scendeva le scale di fretta per recarsi al lavoro. Il suo dirimpettaio era già uscito e aveva attraversato la strada. Dal marciapiede opposto, il giovane, gridando con tutto il fiato che aveva in gola, urlava il suo saluto. Il malcapitato sentendo la sua voce sobbalzava dallo spavento. Alla sera quando l’inquilino tornava dal lavoro e lo incontrava per le scale, non piteva sottrarsi alla sua serrata fila di domande. Il fanciullo iniziava con un preludio, durante il quale si accertava dello stato di salute e del benessere fisico del soggetto per poi finire a discorrere della partita, vista pochi giorni prima in televisione, dove Kaka’ aveva stupito gli spettatori con un gol da fuoriclasse. Egli proseguiva con la recensione del film, proiettato in quei giorni nelle sale cinematografiche, le qualita’degli attori in questione, il loro ruolo e il finale, per poi passare a porre domande sulle canzoni di Eminem, senza tralasciare lcune tesine sulla storia antica (retaggi degli studi praticati alle scuole superiori). Questo lasso di tempo si era talmente dilatato che se ne era persa la cognizione. L’intervallo che era passato era stato scandito dalle interruzioni della luce e da quante volte si era premuto l’interruttore, per riattivare l’illuminazione.Si riusciva finalmente ad arrivare vicino alla soglia della propria abitazione, ad infilare la chiave nella serratura e dopo un ciaooo molto strascicato, la porta si chiudeva dietro le proprie spalle e, come un naufrago dopo una tempesta, ci si sentiva finalmente salvi, nel proprio rifugio. La domenica mattina, le persone che abitavano in quel quartiere compivano mansioni che ripetcorrevano sempre lo stesso manuale. Una di queste era portare l’immondizia nel bidone della spazzatura. Quel giorno un condomino aveva versato la lettiera, ormai logora con la relativa sabbietta igienica, che ne ricopriva il fondo, nel suddetto contenitore. Dopo dieci minuti si risolse a passare da quelle parti la”pulitrice ecologica”. Ella era una vecchietta, dal corpo tozzo, che camminava curva e portava sempre un fazzoletto a pois bianchi e neri, avvolto intorno alla testa. In quel momento volle aprire il bidone, tuffo’ le sue goffe forme all’interno e afferro’ la lettiera. Con gesti maldestri ne rovesciò il contenuto, con il risultato di spargere la polvere assorbente sul marciapiede. Il.suo pensiero seguente si tramuto’ in azione: si dispose a compiere una passeggiata. La lettiera, si trasformò in un tipico accessorio femminile (una borsetta). Iniziò a camminare per la via con quel bagaglio sotto.il braccio come fosse un vezzo. Fece il giro del quartiere, tutti la videro ma nessuno le disse niente.I loro sguardi, abituati da sempre, a essere circondati da persone o fatti curiosi, non si stupirono più di tanto. In quel quartiere, ogni avvenimento paradossale non era altro che un’ennesima parentesi che si schiudeva, sull’ordinaria quotidianità.

Una ragazzina di nome Ilaria, aveva appena finito le scuole superiori quando si trovò a dover affrontare il problema più gravoso della sua esistenza:trovare un lavoro per mantenere lei stessa e la sua povera nonna con la quale viveva. Quella mattina si svegliò presto, si pettino’ con cura, strinse con due bei fiocchetti rossi le sue lunghe trecce bionde, si lavo’la faccina e si rimiro’ allo specchio: l’immagine che esso le rimando’ le piacque: era davvero una bella bambina con quel nasino all’insù e le gote rosse, rosse!!L’unica cosa che le rimaneva da fare era vestirsi. Scelse l’abito che più le piaceva: la mantellina con il cappuccio rosso! Ora era proprio pronta per uscire! Ah! Si era dimenticata la merenda, se mai le fosse venuta fame per la strada! La nonna le ricordò il panino con la nutella che con tanta cura le aveva preparato la sera prima. Non voleva prendere l’autobus, anche se il.tragitto che doveva fare era piuttosto lungo, perché negli ultimi.tempi a cusa dei succulenti pranzetti che le preparava la nonna era un po’ ingrassata e pensò che una bella passeggiata l’avrebbe aiutata a dimagrire. Decise comunque di rendere il tragitto piu’ breve prendendo una scorciatoia.Quella via era più tranquilla e meno frequentata dalle macchine. Purtroppo però Ilaria aveva dimenticato che le vie solitarie sono ritrovi di piccoli delinquenti o monellacci dispettosi che si divertono a fare scherzi proprio a delle bambine come lei. Infatti appena la bimba ebbe svoltato l’angolo gli si pararono davanti due strani individui: il primo.era molto alto, magro e aveva l’ovale del viso molto…molto allungato e la bimba notò un altro particolare che la impressiono’ molto: quest’uomo.era molto peloso….il.suo compagno camminava a fatica appoggiandosi a un bastone e parlava a fatica; altro particolare curioso: tenevano sospeso a un filo un burattino di legno con un naso lunghissimo e lo facevano ballonzolare di qua e di là proprio come una marionetta.Appena la videro la fermarono e le proposero un baratto: le avrebbero donato quel povero pezzo di legno se lei avesse consegnato.loro la merenda . Piu’ che una domanda alla bimba sembrò un ordine al quale ella non avrebbe potuto rifiutarsi. A malincuore consegnò i panini nelle loro mani e si ritrovò tra le braccia il burattino. Riprese con tristezza il cammino. Fatto qualche passo il burattino mosse la testa, la guardo’ con i suoi grandi occhi e le parlò. Ilaria dalla sorpresa, cadde a sedere pesantemente a terra. Il pezzo di legno le disse:tutti mi considerano un bugiardo per il mio lungo naso ma io ti dico che oggi tu troverai il lavoro che desideri. Io sono bugiardo con le persone cattive ma con gli esseri umani buoni come te, riesco a far avverare i loro.desideri. Riprese: vedi, quelle torri laggiù così alte e imponenti? Se tu riuscirai ad arrivare all’ultimo.piano quslcuno troverai che ti aiuterà. Ilaria contenta ma ancora poco convinta decise che non le costava niente arrivare in quel luogo. Camminò ancora per una mezz’oretta finché si trovò davanti queste altissime costruzioni.Esitante, con un filo di voce chiese al portiere cosa ci fosse all’ultimo piano perché lei doveva arrivare lassù. Il portiere le rispose gentilmente che non doveva essere spaventata perché all’ultimo piano c’era l’ufficio assunzioni.La avviso’ che in quel luogo ascoltavano tutti, ma erano.accolti solo.pochissimi.desideri. Sperando che le parole del burattino fossero vere si appresto’ a premere il pulsante dell’ascensore. Spinse dove c’era scritto tredicesimo piano e iniziò per lei la salita. Arrivata al piano desiderato, si spalancarono le porte e lei si trovò immersa in mezzo a una folla urlante.Tutti parlavano, ognuno voleva dire la sua e dare consigli. C’erano persone che davano spinte, incuranti di tutti, volevano solo.essere ricevuti per primi credendo cosi di essere assunti. La bimba notò una signora dai riccioli biondi, piccola e un po’ grassoccia, che portava una gonna cortissima che lasciava intravedere due gambette che assomigliavano a due fiaschi di vino. Il viso poi, coperto da un trucco esagerato, metteva in evidenza una piccola bocca a forma di cuore. Completava il.tutto un piccolo naso all’insù che sembrava essre stato messo in quel viso quasi per caso. Alla bambina le ricordò la maialina Cindy. Vicino a lei vi era uno.spilungone dai capelli ricci, due buffi occhialetti messi proprio sulla punta del naso, i capelli ricci e scarmigliati che urlava: c’ero prima io! La bimba fissò la la sua attenzione su un piccolo uccellino che non si muoveva dalla sua spalla e sentendo il suo padrone urlare cinguettava a più non posso anche lui. L’ultima della fila era una signora distinta avvolta in un vestito lunghissimo di seta azzurra che, tenendo le mani sul petto, sospirava: se non avessi perso la mia scarpetta ora non mi troverei in questo guaio e mai sarei venuta in un simile posto! La bimba allora guardò meglio e vide che, effettivamente alla signora mancava una scarpa e lei, per non farlo notare, stava sempre seduta. Dopo qualche minuto una porta si apri’ e queste tre figure presero ad agitarsi ancora di più, gesticolando e urlando a più non posso. La signora che era uscita dall’ufficio sembrò non notarle neppure, le ignoro’ e con voce squillante disse:per favore lasciate passare quella bambina che è vestita di rosso e ha l’espressione spaventata e la indicò con un dito. La bimba vedendo quel.gesto, ma ancora incredula disse: Chi, io? La signora rispose: si’, proprio tu, vieni avanti. La bimba avanzò timidamente e la signora con modi affettuosi la spinse dolcemente dentro. Quella cara signora dai capelli, che la lampada alogena, facevano sembrare azzurri disse: cara bambina io sono la zia di quello che a te è sembrato un burattino e proprio qualche attimo fa’ mi ha telefonato per annunciarmi la tua visita. Vuoi mangiare qualcosa? Senza attendere la sua risposta le diede un enorme pezzo di torta al cioccolato con in cima enormi nocciole. La bimba la mangiò avidamente, visto che la sua merenda era andata in fumo.Poi Turchina, così si chiamava la signora le mostrò il giardino dove doveva lavorare. Infatti, Ilaria avrebbe dovuto accudire i fiori della serra e trattarli con cura. Mentre la bimba al colmo della gioia guardava le splendide piante non si accorse delle lunghe spine che i gambi delle rose avevano e si punse un dito. Ahi, disse e strinse forte il dito. Turchina vide il gesto, le si avvicinò e le disse: questa è la prima lezione che hai imparato. La vita è simile a queste rose: non son tutte gioie, ci sono anche i dolori, ma se avrai vicino persone generose e il tuo animo rimarrà sempre bambino, come sei tu ora, non dovrai avere paura di niente.

Il ritiro di bhakti yoga è una grande opportunità d’immergersi nella pratica spirituale del cammino della bhakti e di riflettere sulla nostra esistenza. Inoltre ci permette di sviluppare amicizia con altri ricercatori spirituali.
GUIDE SPIRITUALI
Il ritiro è guidato da Sripad Valihara das, esperto maestro spirituale di Bhakti yoga, che rappresenta gli insegnamenti della tradizione Gaudiya Vaisnava Sampradaya ed è felice di condividere la ricchezza della sua esperienza spirituale con i partecipanti.
COSA FAREMO
– Auspiciose cerimonie del Mangal Arati;
– Kirtan (canti sacri e mantra);
– Passeggiate nei boschi con Sripad Valihara das;
– Bhoga Arati (cerimonie dell’offerta del cibo);
– Lezioni di yoga;
– Cerimonie del Gaura arati;
– Vyasa- Puja di Srila Gurudeva Valihara Prabhu;
– Lezioni sul Nettare delle Istruzioni di Srila Rupa Goswami.
– Servizio devozionale.
REGISTRAZIONE
Chi è interessato nel partecipare al ritiro è invitato a registrarsi e confermare la partecipazione al più presto. La donazione richiesta per la partecipazione è di Euro 120 al momento della registrazione, e serve per coprire tutte le spese necessarie: cibo, bevande, acqua calda, gas per cucinare, ecc. Incoraggiamo tutti a partecipare dall’inizio alla fine, ma se ciò è impossibile lo potete fare solo per una parte. Gentilmente comunicatelo sul modello di registrazione. Le nostre facilità sono limitate, e prima sapremo quando arriverete meglio saremo capaci di accomodarvi.
SISTEMAZIONE:
Il ritiro si svolgerà presso un ashram lontano dalla citta, silenzioso e immerso nel verde, un luogo ideale per le pratiche spirituali. I suoi belissimi panorami faranno da sfondo alle varie attività che si svolgeranno nell’arco del ritiro.
Soggiorno in camere in comune. Abbiamo un limitato numero di stanze per ospiti e queste sono destinate per coloro che non possono campeggiare. Ci sono invece diversi spazi per campeggiare e sono molto vicini all’ashram, qualche metro a piedi. I bagni sono semplici ma dotati di ciò che serve.
CIBO
Non serve portare alcun cibo. I partecipanti riceveranno un delizioso prasadam (cibo santificato) tre volte al giorno e in più chi lo desidera potrà ricevere degli snack rinfrescanti durante il giorno.
Per ricevere il programma dettagliato contattateci!
INFO E PRENOTAZIONI:
Tel: 3931299703 – Yamuna Devi Dasi
Email: yamunadevi@libero.it

Fu una domenica bestiale, quella che trascorsi, appena tu fosti partita. Avevo riso tanto con te quella mattina.Piansi tanto, da sola e ingoiai tra le lacrime, la solitudine di una giornata triste e vuota. Persino il mio corpo aveva iniziato la sua ribellione e tra i crampi, di un fastidioso dolore allo stomaco, dovetti fare i conti quel pomeriggio. Nessuno potrà mai immaginare cosa provavo io in quei momenti: avevo lottato tanto per te, fino a quel momento e ora che finalmente avrei potuto rilassarmi mi sentivo inutile, simile a una ciabatta vecchia e logora. I miei anni mi caddero addosso tutti all’improvviso e guardandomi allo specchio vidi uno sguardo spento, una bocca che invece di sorridere, aveva preso un’amara piega all’ingiu’. Sentii il mio cuore stringersi in una morsa e lo immaginai simile a una noce quando viene schiacciata dall’oggetto appropriato. All’improvviso vidi i tuoi messaggi sul telefonino e il mio cuore ebbe un tuffo, felice si mosse e con un balzo fece volare via la depressione che si era impossessata della mia persona. I tuoi sentimenti per quell’esperienza nuova non erano incoraggianti, erano contrastanti: il timore della novità e nello stesso tempo la curiosità di assaporare quello che sarebbe arrivato poi, trasparivano dalle tue parole. Non sapevo cosa pensare e intanto mi arrovellavo….dove trovare le parole giuste per aiutarti, per incoraggiarti? Ancora una volta, questa mamma non ancora diventata una donna matura, risolse il problema incoraggiando e prendendo spunto da similari esperienze passate. Come mi sentivo piccola e sciocca…la mia mente ragionava, ma il mio cuore contavano i minuti che mi separavano dalla telefonata che ti avrei fatto la sera.. finalmente avrei sentito la tua voce…in quel momento pensai: una ragazzina che occupava uno spazio enorme nella casa, con i suoi problemi, le sue telefonate interminabili, le sue uscite con gli amici, i suoi buoni propositi, le azioni operose che la vedevano protagonista di una società senza valori e che tu invece, ricreavi, le tue gentilezze, la tua dolcezza, la tua fragilità….non ti cambierei con nessuna altra al mondo…i tuoi insuccessi, le tue discussioni, la tua tristezza son pesi leggeri da portare. Anch’essi sono ostacoli a farti superare l’idea di un mondo dove le persone sorridono e sono pronte a tenderti una mano. Ora rimpiango le nostre discussioni, che come sul palcoscenico, vedevano impegnati attori, nel teatro della cucina che con gesti nervosi e parole alterate cercavano di convincere la controparte del proprio punto di vista. La mia debolezza…cosi tanto mi accomuna agli animali, alla natura. Parlo con i gatti, converso con le piante, per me i due mondi: animale e vegetale non hanno segreti. Questa mia sensibilità che può far scorrere nelle mie vene sangue, ma allo stesso tempo potrebbe veder fluire linfa o farmi camminare a quattro zampe, anziché in posizione eretta, mi permette coi pensieri anziché con le parole, con l’intuito anziché con il discorso diretto, di capire quando soffri o quando sei felice, quando c’è un pensiero che ti tormenta o se ci sarà un dispiacere in agguato. Con la fantasia riesco a immaginare cosa le tue lacrime disegnano sul cuscino bagnato, ti abbraccio forte….ma non potrò mai darti la certezza, che sempre sul tuo futuro splendera’ il sole.

questo sono io, mi presento: Mi chiamo Fabio Cancilleri, Nato nel 1964, in Sicilia, Enna, una piccola cittadina montana nella sicilia centrale, avevo circa 3 anni quando i miei genitori per esigenza di lavoro ci siamo trasferiti al nord Italia, Piacenza, la mia città adottiva, ho vissuto lì per quasi poco più di 40 anni.
Dopo una malattia cardiaca che mi ha colpito duramente e ho smesso di lavorare sono ritornato nella mia città d’origine, Enna. Ormai sono quasi 11 anni vivo in Sicilia, ho 55 anni e penso che ormai la mia tomba sia in questa città, anche se sinceramente la voglia di ritornare a Piacenza e tanta. Sto invecchiando e ogni giorno con la mia malattia e una sfida, per cui la voglia di viaggiare e ricominciare da capo sia soltanto un lontano ricordo.


Il nostro futuro e il passato, Il nostro futuro sarà la sparizione di alimenti a base di esseri viventi, Mangeremo soltanto vegetariano o vegano come giusto che sia, il passato deve essere eliminato, mai più esseri viventi macellati per la nostra alimentazione, mai più spargimento di sangue per il nostro piacere di assaporare il gusto di una vita tolta per il nostro palato, il nostro futuro deve essere il rispetto delle vita altrui, dimenticare il sapore del sangue, dimenticare le morti di tanti esseri viventi… 
Non credete che si possa vivere benissimo rinunciando per sempre alla carne?

Ora, nella mia mente affiora il ricordo di Ersilia. Ella Aveva una lunga treccia bianca, che sempre si faceva pettinare da una ragazzina che veniva ad aiutarla nei lavori di casa. La ragazzina aveva uno sguardo furbo e la sua bocca spesso si apriva in un sorriso. Era l’ultima di una famiglia composta da quattro fratelli e una sorella. Abitavano in un paesino del meridione: San Marcellino dove le strade erano lastricate da massi grandi e dove al mattino, gli adulti andavano con il trattore, a lavorare nei campi e le bambine rimanevano a casa per tenerla in ordine. Quello che io notavo quando mio padre ci portava in quel luogo era un’aria di falso pudore, per segreti che volevano la donna pura e l’uomo dominatore. Infatti, quelle ragazzine
represse da una mentalità dove tutto era peccato, appena nessuno le vedeva mostravano atteggiamenti e ammiccamenti che nulla avevano di innocente. Io e mia sorella arrivavamo dai nostri parenti vestite con minigonne e mostrando atteggiamenti liberi ma innocenti, come andare da sole a fare una passeggiata. Ersilia ci guardava con affetto ma anche con un senso di protezione, perché capiva che potevamo essere facili prede. Quindi con estrema decisione chiudeva le porte e le finestre di casa e ci obbligava a rimanere in cucina senza potere guardare fuori dalla finestra. Il divertimento di mia sorella era quello di litigare con una vicina di mia zia. Lei era una ragazzina invidiosa e prepotente che voleva obbligarla a giocare o a parlare secondo i suoi dogmi. Al colmo della rabbia, un giorno, mia sorella dalle parole passò ai fatti e litigando con lei, le capito tra le mani una cipolla e gliela tiro con tutta la forza che aveva e la colpi in pieno petto. Mia zia aveva un cuore d’oro e per farci cosa gradita ogni mattina metteva sul terrazzo una tinozza, la riempiva d’acqua la faceva scaldare al sole e verso mezzogiorno io e patrizia stavamo ore a fare il bagno, in libertà, in questo recipiente. Intorno a noi non c’erano ne’case ne’ persone…ma solo alberi e fichi d’india.
Il pomeriggio con la compagnia di qualche adulto iniziava la processione verso il bar e verso i parenti. I clienti del bar erano unicamente uomini che in cerchio, stavano seduti all’esterno e al nostro passaggio ci lanciavano occhiate languide di quelle che ti”spogliano con gli occhi”. Finamente arrivavamo a casa dei nostri parenti. I nostri lavori umili ci facevano sentire a disagio e ci relegavano in un ruolo d’inferiorita’ alla scoperta che zii e cugini sono tutti notai e avvocati e hanno mogli che non sono donne ma sante. L’unica pecora nera era Maria: una zia che abitava a Napoli. Una bella donna che voleva vivere la vita in allegria e cercava di stare a galla con espendienti alle volte, poco ortodossi,in una società dove la volevano stupida e repressa. Lei era una donna passionale che si sposo’per amore. Ma il marito ben presto svelo’ la sua vera natura. Nene’ era un uomo geloso e possessivo che continuamente le faceva scenate per una telefonata in più o una camicetta scollata. Le chiacchere su di lei si perdevano nella notte dei tempi, più che altro per invidia. Alla sera ci si riuniva tutti nel cortile immenso che circondava la casa di Ersilia. Si chiaccherava e si rideva e quando ci veniva sete mia zia ci chiedeva il favore di andare a prendere qualche bibita fresca in una grotta che era il suo frigo. Noi ci entravamo un po’ timorose, perche questo voleva dire immettersi in un tunnel lungo e scuro. Ma a ripensarci ora era un mondo magico e incantato dove il tempo si era fermato e che non tornerà mai più.
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