
La sperimentazione animale è talmente radicata nella nostra cultura da rappresentare quasi un valore, un punto fermo, un dogma per molti, specie in ambito biomedico e farmacologico. Anche se a conti fatti solo una minoranza, quella più informata e consapevole, dispone delle nozioni necessarie per poter esprimere un parere originale e non omologato sull’argomento.
Può essere utile, allora, cercare di tracciare una sintetica visione d’insieme di un fenomeno complesso come quello della vivisezione, per stimolare nel lettore un pensiero critico sull’impiego degli animali nella ricerca.
Terminologia
Le ricerche compiute sugli animali a fini scientifici vengono definite “sperimentazione animale” o “vivisezione”.
Solitamente i ricercatori, gli uomini (e le donne) di scienza, prediligono il termine “sperimentazione”, più neutrale e meno cruento, motivando tale propensione lessicale con il fatto che non tutte le ricerche sugli animali richiedono la loro dissezione da vivi. Chi ama gli animali, al contrario, reputa il termine “vivisezione” più realistico e centrato, poiché ritiene che ogni indagine realizzata sulla pelle degli animali provochi in loro sofferenza, umiliazioni, stress, danni anche permanenti e un dolore fisico-spirituale molto simile a quello che si avverte quando un bisturi sventra le carni vive. Superfluo aggiungere che ricercatori e scienziati reputano talmente diffamatorio l’appellativo “vivisettore” da aver fatto ricorso in Corte di Cassazione per ottenere giustizia.
La ricerca di base analizza “i processi biologici e i meccanismi alla base delle malattie”. La ricerca applicata ha, invece, il compito di trasferire le conoscenze mutuate dalla ricerca di base alla “diagnosi, prevenzione e cura delle malattie” dall’animale all’uomo.
Cenni storici
La sperimentazione sugli animali parte da molto lontano, come spiegano gli autori Ray e Jean Swingle Greek nel testo “Sacred cows and golden geese” (Mucche sacre e oche d’oro).
Il primo vivisettore della storia si chiamava Galeno Claudio di Pergamo (129-200 d.c.). Galeno era un medico molto famoso nella Grecia e nella Roma antiche. Ad un certo punto della sua carriera, non potendo più effettuare le autopsie sui corpi umani, messe al bando dalla Chiesa in quanto immorali e non pago di incidere animali morti in privato, iniziò a dissezionare animali vivi in pubblico. Di fatto, giungendo a più di una conclusione scientifica errata.
Successivamente, la sperimentazione animale è passata in secondo piano, dal momento che si è scelto di approfondire i meccanismi dell’anatomia umana. Finché, verso la metà del XIX secolo, il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) non l’ha rispolverata, traendo ispirazione proprio dall’eredità galenica.
Nel 1859, il naturalista inglese Charles Darwin (1809-1892), con la modernissima teoria sull’evoluzione della specie, ha dimostrato che “gli animali non sono brutte copie degli umani” e, di conseguenza, non rappresentano per loro un buon modello di studio.
Ma la vivisezione, malgrado le critiche, dal XIX secolo in poi, è tornata in auge. Fino a quando, a inizio ‘900, è stata accettata dalla comunità scientifica per i test sui nuovi farmaci. Nel 1938, tale pratica è divenuta obbligatoria negli Stati Uniti prima. In seguito, nel resto del mondo.
Campi di applicazione
Come già accennato, la sperimentazione animale vanta innumerevoli campi di applicazione. Infatti, non riguarda soltanto la sfera farmacologica (che, fino a qualche anno fa, rappresentava meno del 50% del totale dei settori coinvolti). Gli animali vengono impiegati per la ricerca di base, per lo studio delle malattie negli umani, per sviluppare apparecchiature, per la didattica. Per testare il grado di tossicità di sostanze chimiche (plastica, vernici, etc.), prodotti che riguardano l’igiene della casa, cosmetici, additivi alimentari, pesticidi in agricoltura. Persino per il pet-food, cioè il cibo per gli animali domestici, e per implementare l’industria bellica.
Normativa recente
L’Unione Europea, negli ultimi anni, ha varato una serie di leggi a favore del benessere degli animali e, in determinate aree di intervento, sono venuti meno l’obbligo e la necessità di utilizzarli.
La Direttiva n. 15/2013 sulla libera circolazione delle merci ha imposto il divieto totale nella UE di testare, sugli animali, cosmetici (prodotti finiti), singoli ingredienti, combinazioni di ingredienti e di commercializzare cosmetici, singoli ingredienti o combinazioni di ingredienti già testati su animali in paesi extra-UE. Ma poiché alcune sostanze chimiche sono presenti anche in merci non cosmetiche e altre cosmetiche sono assoggettate al regime dei farmaci, è possibile che i prodotti di bellezza continuino comunque ad essere inquinati dagli effetti della sperimentazione animale. Allo stesso modo, le aziende in regola nella UE, oltre i confini dell’Unione possono continuare a sperimentare e a vendere.
La Direttiva n. 63/2010 sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, da una parte ha impostato pericolosamente al ribasso alcune procedure comuni riferite alla ricerca tradizionale, dall’altra ha spalancato le porte alle “misure per evitare duplicazioni” e agli “approcci alternativi”. Ovvero ha incoraggiato la ricerca non animale, promosso lo sviluppo e la validazione di approcci alternativi efficaci, prescritto che venga impiegato il minor numero possibile di animali e che le procedure siano poco dolorose.
In Italia, il DL 26/2014 ha recepito in senso restrittivo la Direttiva Europea, nella parte delle procedure comuni per la ricerca tradizionale. Le modifiche sono notevoli, almeno sulla carta. Per quanto riguarda i campi di applicazione, ad es, viene fatto divieto di utilizzare nel nostro Paese gli animali in ambito bellico e nella didattica, per testare sostanze che inducono dipendenza (droghe, alcool, tabacco), così come vengono interdetti gli xenotrapianti, ovvero i trapianti di organi di specie diverse. Ma ancor oggi l’attuazione di queste modifiche è soggetta alla sospensione delle deroghe (ultima scadenza 31/12/2020) e, soprattutto, risente di forti pressioni: Unione Europea – che vorrebbe multarci per lo sgarro – politica e una parte del mondo accademico e scientifico.
Statistiche
Per valutare i risultati raggiunti dall’applicazione della Direttiva n. 63/2020, lo scorso 5 febbraio la Commissione Europea ha pubblicato la Relazione 2019 sulle statistiche relative all’uso degli animali a fini scientifici negli Stati membri dell’UE nel periodo 2015-2017.
In base a quanto emerso, sembra che l’utilizzo degli animali da laboratorio sia in lieve flessione. Ma le cifre sono da capogiro. Come riporta l’ANSA, abbiamo “quasi 10 milioni di animali utilizzati ogni anno nella ricerca di base e applicata, nei test e per la didattica, con oltre un milione di procedure (circa l’11% del totale) con un livello di sofferenza animale “grave”, il più alto e non alleviabile. E altri 12,6 milioni di animali allevati per mantenere le colonie di animali geneticamente modificati e/o soppressi per esubero e fornitura di tessuti”. Per un totale di circa 22 milioni. L’Italia è al 5° posto per il numero di animali impiegati (dopo Inghilterra, Germania, Francia, Spagna). In 5 Stati membri non vengono eseguite ispezioni senza preavviso, in 9 non si raggiungono neanche i requisiti minimi richiesti.
I contro del dibattito
I fautori del metodo tradizionale, che sostengono la validità della ricerca animale, non sono disposti a rinunciare alla segretezza dei laboratori, ai bisturi, alle gabbie, agli animali e al loro sacrificio, poiché considerano tutto ciò indispensabile per il benessere della collettività. Forti di un passato storico costellato di esperimenti, pubblici riconoscimenti, onori e glorie. Anche i più moderati affermano che, in ogni caso, la ricerca tradizionale potrà avvalersi di metodi integrativi e alternativi, ma non sarà mai del tutto rimpiazzata dai modelli sostitutivi.
Il dibattito, in corso da anni, tra sostenitori e nemici della vivisezione, si fonda su 3 elementi portanti: etico, scientifico ed economico.
Dal punto di vista etico, l’obiezione principale alla ricerca tradizionale riguarda la condizione degli animali negli stabulari (i luoghi in cui vengono tenuti gli animali utilizzati per gli esperimenti), gli usi e gli abusi che subiscono ogni giorno. Se le cavie fossero oggetti, ovviamente, nessuno porrebbe limiti al lavoro dei ricercatori. Ma gli animali non sono oggetti. Lo sa bene chi li ama e desidera proteggerli. Erano al corrente di questa verità anche i firmatari del Trattato di Lisbona, quando il 13 dicembre 2007 li hanno riconosciuti, dal punto di vista giuridico, “esseri senzienti”. Non ci sono controlli e protocolli, motivi di reddito e profitto, che tengano. Pertanto, la sperimentazione non animale sembra l’unica soluzione possibile.
Dal punto di vista scientifico, l’obiezione chiave riguarda la scarsa predittività dei modelli animali utilizzati e riversati sull’uomo, dal momento che il corredo genetico è unico e irripetibile per ogni specie. Le reazioni sono variabili. Il margine di errore è alto. I rischi per l’uomo rilevanti, anche se non abbastanza pubblicizzati. Come dimostra una ricerca LAV del 2016, nella prima fase di sperimentazione (quella sugli animali, a cui seguono i retest sull’uomo) “su 100 sostanze sicure negli animali, 92 non passano le prove cliniche e 4 vengono ritirate per gravi reazioni avverse e di 3000 trattamenti medici solo l’11% si è dimostrato efficace e il 98% è una copia di quelli vecchi”.
Dal punto di vista economico, la ricerca tradizionale è certamente più lunga e costosa di quella non animale e smuove un giro d’affari ragguardevole. Già nel 2014 il prof. Thomas Hartung, della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, tra il 2002 e il 2008 a capo dell’Ecvam, Centro europeo per la convalida dei metodi alternativi della Commissione Europea, affermava che i metodi alternativi, appunto, sono più convenienti, più efficaci in termini di risultati e più veloci.
“Basterebbe un dato – spiegava Hartung al “Corriere.it” – fra il 2005 e il 2008 in tutta l’UE il ricorso alla sperimentazione animale nell’industria farmaceutica è calato motu proprio del 25%. Ogni volta che le aziende possono passare ai metodi alternativi, semplicemente lo fanno”.
Il giro d’affari, dunque, potrebbe riguardare non solo il mercato della vivisezione, ma il mercato dello sfruttamento degli animali in genere, Qualora venga espugnato il baluardo della ricerca scientifica, in un planetario effetto domino, è ipotizzabile che possa crollare la fortezza economica che sopravvive grazie alla sperimentazione, al commercio della carne e dei prodotti di origine animale e a tutto ciò che, in qualche modo, si ricollega agli animali in termini di profitto non etico.
Metodi di ricerca sostitutivi e alternativi
La sperimentazione alternativa si fonda sul principio delle 3R: Refinement (Raffinamento), Reduction (Riduzione), Replacement (Rimpiazzamento). Il Raffinamento riguarda il perfezionamento delle tecniche sperimentali, eseguite sugli animali, per limitare le loro sofferenze. La Riduzione riguarda la riduzione, appunto, del numero degli animali impiegati e l’incremento delle informazioni ottenute. Il Rimpiazzamento si riferisce alla totale assenza di animali e all’esclusivo utilizzo della ricerca non animale.
I modelli di ricerca sostitutivi si suddividono in 2 macroaree: ricostruzione di organi in laboratorio partendo da cellule isolate e uso dei computer.
Nella prima macroarea confluiscono: colture di cellule e di tessuti umani, microcircuiti con cellule umane, realizzazione di organi bioartificiali.
Nella seconda: modelli informatici, modelli matematici computerizzati, tecniche non invasive per immagini, simulazioni computerizzate.
Oltre all’utilizzo di microchip a DNA, microorganismi, analisi chimiche, indagini statistiche (quali ad es. l’epidemiologia e la metanalisi) e altro ancora. Ai test in vitro è richiesto un iter validazione, di durata variabile.
Lo strano caso dei macachi di Parma
Il caso dei 6 macachi di Parma, contestato dalle associazioni animaliste, oggetto sia di disputa legale che di negoziati tra le stesse e il Ministero della Salute, è emblematico. Racchiude in sé tutte le contraddizioni e i punti salienti del dibattito in corso. Descrive gli interessi in gioco e mostra le violenze che subiscono gli animali trascinati, contro la propria volontà, nell’arena della vivisezione.
Lo scorso anno, il progetto di ricerca “Lightup-Turning the cortically blind brain to see”, ha ottenuto un finanziamento di quasi 2 milioni di euro dall’European Research Council, per la metà provenienti da fondi UE. Il protocollo del progetto, a cura dell’Università di Torino in collaborazione con l’Università di Parma (che, per inciso, ha messo a disposizione gli stabulari) dispone che 6 macachi Rhesus (forse parenti di quelli che anni fa prestarono il nome al gruppo sanguigno umano Rh), vengano accecati in laboratorio. Per testare chirurgicamente tecniche di ripristino del nervo ottico. Le fasi sono distinte: un periodo di addestramento, che ha già avuto luogo. L’impianto di una corona di pesanti viti sulla testa dei macachi (non sappiamo con certezza se sia già stato eseguito). L’asportazione chirurgica del nervo ottico. Cecità clinica indotta. Al termine, soppressione obbligatoria.
Supplizio infernale, cinque anni di esperimenti e di reclusione all’interno di gabbie asettiche e claustrofobiche per le vittime. Un bel gruzzolo di stipendi per il personale coinvolto. Punteggi di merito per i ricercatori, i quali, a detta delle associazioni animaliste che seguono il caso, non sembrano possedere neanche adeguate competenze tecniche.
Obiettivo dell’impresa: trasferire le conoscenze acquisite, dal modello animale dei macachi a soggetti umani affetti da “blindsight” e che, dunque, hanno già perso la vista per cause naturali (ictus, danni cerebrali). Mentre, in contemporanea, volontari umani affetti dallo stesso tipo di cecità, si prestano a testare in prima persona tecniche di indagine non invasive. Ecco, credere che tra le pieghe di questa vicenda si celi il principio di necessità, è un atto di fede, un dogma.
Un gioco di sguardi
La nostra breve panoramica sulla sperimentazione animale e sulla vivisezione si conclude qui. Con un gioco di sguardi.
Lo sguardo del ricercatore tradizionale che vede riflesso nell’animale da laboratorio il progresso dell’umanità, della scienza e, forse, della propria carriera accademica. Lo sguardo del ricercatore che sperimenta modelli alternativi, proiettato verso un futuro etico e consapevole. Lo sguardo dell’animalista, che scorge nel ricercatore tradizionale il riflesso della ferocia umana e negli animali l’alito divino. Lo sguardo degli animali rinchiusi negli stabulari e di milioni di animali sfruttati, sofferenti, sanguinanti, traditi, umiliati, violentati, uccisi, che supplicano e chiedono aiuto al mondo.
Articolo del 8 giugno 2020
https://ift.tt/35W0Jup