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Il rapporto del cittadino comune con le banche è spesso influenzato dalla presunta (ed ingenua) consapevolezza che la nostra relazione goda di “privilegi e di particolari attenzioni” solo perché abbiamo un buon rapporto con il “direttore”, figura simbolo di un “potere che fu” la cui amicizia, conoscenza o stima ostentiamo, per un caffè al bar o anche per un semplice saluto di riconoscimento in filiale, quasi come se fosse uno status.
Oggi tutte le funzioni decisionali sia in materia creditizia che nella fissazione dei prezzi sono accentrate nelle torri cablate delle direzioni generali e ben poche “facoltà” deliberative sono rimaste nelle mani del “direttore” che funge solo da coordinatore delle direttive impartite dall’alto e pressa i suoi consulenti-venditori a vendere ciò che gli hanno imposto di collocare.
Siate invece consapevoli che una figura determinante, molto spesso anche più preparata tecnicamente del “direttore”, in termini di indirizzo nelle scelte di gestione dei risparmi o anche di finanziamento degli investimenti, e’ proprio il consulente-venditore.
E’ con lui che trascorriamo più tempo a parlare prima di prendere le nostre decisioni; è con lui che occorre instaurare un rapporto di trasparenza e lealtà; è lui che può gestire meglio le pressioni per il collocamento dei prodotti spazzatura. Perché , ricordatevi, che più si sale nella scala gerarchica – direttore, super direttore, mega direttore galattico per dirla alla Fantozzi – più l’autonomia di pensiero e l’etica è controllata e gestita dal top management.
Soprattutto al bar con il direttore si sono consumate (e si consumano) le più subdole vendite di prodotti finanziari che nulla avevano a che fare con l’esigenza del cliente.
Il momento della scelta, quando ci è consentito (!!!), del consulente diventa quindi determinante nel percorso di educazione finanziaria che stiamo tentando di fare su questo giornale da oltre 4 anni.
Gli attori in scena appartengono a 4 tipologie:
Il consulente bancario, con contratto di lavoro dipendente, quello che troviamo agli sportelli delle filiali e che essendo stipendiato dalla banca e talvolta incentivato-premiato per la vendita dei prodotti della casa, si trova costretto ad eseguire gli ordini di scuderia per evitare ulteriori pressioni e trasferimenti in luoghi scomodi.
Il promotore finanziario, un libero professionista per la vendita “fuori sede” di prodotti finanziari e con un rapporto monomandatario con una banca. Il loro centro d’affari è la costruzione di un portafoglio d’investimento con i prodotti che la banca ha deciso di inserire nel catalogo. Tale decisione si concretizza con un accordo commerciale di distribuzione (collocamento) tra la società che crea il prodotto e la banca che lo propone ai suoi clienti. I soggetti che devono guadagnare sono quindi tre! In parole povere se la banca non è remunerata, non paga la società che costruisce il prodotto e non retrocede le provvigioni al promotore che cambia spesso casacca. Ecco perché molto spesso quelle banche non permettono ai clienti di comprare un prodotto di una altra casa spesso utilizzando la formula che “il prodotto non esiste o è troppo rischioso”. Per questo la loro consulenza si definisce “non indipendente”.
Il consulente finanziario indipendente, legato solo al cliente in base ad un mandato ricevuto, può aiutare il risparmiatore a orientarsi meglio, a evitare prodotti poco efficienti o troppo rischiosi. Ponendo in concorrenza più intermediari, può trovare le migliori condizioni sul mercato e utilizzare strumenti che le banche di solito non propongono perché semplici e/o a basso valore aggiunto per se stesse. Viene remunerato solo dal risparmiatore e pertanto, non essendo assillato da pressioni sulle vendite (dato che non riceve alcun compenso dagli intermediari), il professionista indipendente ha tempo di seguire i mercati ed è in grado di far cogliere ai suoi clienti le opportunità per ottenere un rendimento in linea con le proprie aspettative, mantenendo sempre il controllo sul rischio concordato. La parcella di un professionista indipendente è di solito inferiore rispetto ai prelievi praticati dalla banca, sotto forma di commissioni e spese, direttamente dal conto del cliente a fronte degli investimenti effettuati. Deve essere davvero bravo però per scegliere quei prodotti e quelle banche che gli permettono di massimizzare i rendimenti e soprattutto di minimizzare i costi per il cliente.
E poi esiste una quarta figura di cui si parla poco, molto sviluppata in Svizzera e nei paesi anglosassoni: il Gestore esterno indipendente (External Asset Manager). Si tratta di una società di gestione del risparmio (S.G.R. o Asset Manager) che ha come centro d’affari la gestione del portafoglio. Sono di fatto “i fornitori” dei prodotti finanziari alle banche che poi li rivendono a costo maggiorato ai loro clienti.
Queste società gestiscono sia fondi d’investimento che direttamente e in maniera indipendente i portafogli dei clienti.Per la tutela delle disponibilità dei loro clienti i gestori esterni si avvalgono comunque di banche che accettano però di essere solo depositarie (guadagnano solo una piccola percentuale sulle masse in gestione): praticamente il cliente riesce ad accorciare la filiera andando direttamente dal “produttore” come se fosse un soggetto professionale o istituzionale risparmiando costi e guadagnando in personalizzazione.
Essendo il primo anello della catena della distribuzione finanziaria, non vengono pagati dai prodotti, ma applicano in chiaro le loro commissioni ai clienti per creare una gestione personalizzata.
I consulenti finanziari di queste società possono concentrarsi solo sulle esigenze del cliente perché non sono remunerati in base al prodotto che scelgono ma sui capitali dei clienti che gestiscono grazie all’indipendenza della società per cui operano.A voi la scelta!
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Corriere della Sera: Rezza: «Segnale non buono dai nuovi dati, il virus corre e dobbiamo frenarlo» Cirio: classificare il Piemonte su numeri reali;
Il Giornale: È rissa sul farmaco anti-Covid: ‘Costa 5 euro, venduto a 2mila’;
Il Manifesto: Con qualunque esito siamo nell’anno quinto del trumpismo;
Il Mattino: Lockdown a Londra, la fuga dalla città: auto incolonnate e traffico in tilt;
Il Messaggero: Seconda casa, posso andarci? Regioni rosse, arancioni e gialle, ecco le nuove regole;
Ilsole24ore: Borse, è ancora euforia post voto Usa. Piazza Affari recupera il 10% in 4 giorni – La Fed rispetta le attese e lascia i tassi d’interesse invariati;
Il Fatto Quotidiano: Danimarca, “lockdown” per 280mila, abitano vicino agli allevamenti di visoni a rischio;
La Repubblica: Biden verso la vittoria. Trump: “Stop allo spoglio”. Ma primi ricorsi respinti dai giudici;
Leggo: La Cina vieta l’ingresso agli italiani: sospesi i permessi di soggiorno;
Tgcom24: Artico, gli animali cambiano abitudini per il surriscaldamento: cuccioli a rischio;
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Una volta Sacinandana Swami ha notato in tono scherzoso: “Le Scritture predicono che con il progredire del Kali Yuga, i devoti suoneranno gli strumenti musicali così forte che le persone non saranno più in grado di ascoltare il maha-mantra.”Questo potrebbe farci sorridere, ma in effetti non è così divertente. I devoti dell’ISKCON, e in particolare chi suona nei kirtan, soffre di un alto livello di perdita dell’udito e spesso i genitori evitano di portare i loro bambini nella sala del tempio.
Arjuna Das lavora come elettricista e vive con la moglie e il figlio di due anni nella fattoria di New Varshana in Nuova Zelanda. E’ una di quelle persone che si sta preoccupando per questo fenomeno. Arjuna suona nei kirtan al tempio e suo padre è un tecnico del suono con oltre trent’anni di esperienza.
“Un’esposizione al rumore innocua dipende dal tempo di esposizione in sicurezza a un determinato decibel per un periodo di 24 ore. Ad esempio, il tempo di esposizione in sicurezza per 85 db è di 8 ore. Ma un aumento anche di soli 3 db dimezza la quantità di tempo di esposizione innocuo. Quindi il tempo per 88 db è di 4 ore, ecc. La maggior parte dei kirtan nei templi quando sono rumorosi hanno un margine di sicurezza che va dai 30 minuti a un’ora, o anche meno. “
Il padre di Arjuna, Ross Palmer della Palmer Acoustics, sta progettando un dispositivo da utilizzare nei templi che è in grado di rivelare i livelli medi di decibel e di lampeggiare se il rumore raggiunge un livello pericoloso. I fonometri digitali sono relativamente economici e sono disponibili anche online.
Livelli di esposizione al rumore innocuo
Ma la cosa più importante è che nell’ISKCON vi sia un cambiamento e una presa di coscienza nelle pratiche del kirtan. Arjuna è certo che Dvija Vara Das, il tecnico del suono che si occupa del festival polacco di Indradyumna Swami e per i ritiri spirituali Sadhu Sanga, abbia le risposte:
“In un kirtan equilibrato, si dovrebbe sentire prima di tutto il canto e gli strumenti rimangono in sottofondo. Ma i kirtan nella ISKCON sono generalemnte proprio all’opposto. Il risultato è che dopo un po ‘di tempo ci stanchiamo e il kirtan diventa sgradevole da ascoltare. Anche psicologicamente, se la musica diventa troppo alta e non riusciamo a sentire la nostra voce, perdiamo interesse a partecipare e ci limitiamo ad ascoltare invece che cantare.”
Il primo passo è ridurre il numero di strumenti. In molti kirtan, i devoti prendono spontaneamente gli strumenti, non importa quanti ce ne siano già. Ma Dvija Vara consiglia che anche solo un paio di kartal e una mridanga (niente whompers o gong) di solito sono sufficienti anche in un grande kirtan.
Gli strumenti più colpevoli sono i kartals, che causano un rapido affaticamento dell’udito con le loro frequenze medio-alte. Quindi Dvija Vara fa sedere chi suona i kartal dietro chi canta e chi suona la mridanga per ridurre la perdita di kartal nei microfoni. Preferisce anche che i cantanti di supporto non suonino i kartals.
“Che ci crediate o no, anche senza amplificazione si possono sentire i kartal molto bene nel mixer, ma allo stesso tempo c’è così tanto spazio per altri strumenti e ovviamente il maha mantra è in primo piano.”
Il passo successivo è fare in modo che i musicisti siano esperti non solo nel suonare il loro strumento, ma anche nel suonarlo in un modo tale che il kirtan sia piacevole ed equilibrato.
“Penso che molti devoti che sono cresciuti nella nostra cultura dei ‘kirtan rumorosi’ non abbiano un’esperienza pratica di come un kirtan possa essere molto dinamico ma anche piacevole, e gli strumenti possono essere suonati con delicatezza e dolcezza.”
Spesso chi suona la mridanga o i kartals è concentrato sugli strumenti che non si rende conto del volume di suono che sta creando. E quando il kirtan diventa più veloce, suona il più forte possibile, come se ci fosse una gara per vedere chi può suonare più forte”
Il terzo passo è coinvolgere dei tecnici del suono professionisti ed esperti oppure dare dei consigli riguardo la gestione del suono. Un tecnico esperto può fare veramente la differenza. Ad esempio, quando un kirtan inizia a diventare più dinamico e i devoti tendono a suonare più forte, Dvija Vara riduce il livello del suono dei microfoni degli strumenti piuttosto che aumentare il livello dei microfoni vocali.
Anche investire in sistemi audio di alta qualità e installare dei pannelli acustici nelle sale del tempio può essere d’aiuto. Il risultato di tutte queste tecniche rende l’immersione nel Santo Nome un’esperienza molto più facile e piacevole, come Arjuna Das ha scoperto quando ha partecipato al festival di kirtan del Sacred Sound di New Govardhana in Australia, dove Dvija Vara gestiva l’aspetto sonoro.
“Avere dei livelli di volume ideali non solo ha significato per non danneggiare l’udito, ma ha anche significativo il g che nessuno ha avuto bisogno di tappi per le orecchie, e per me è stato meraviglioso cantare insieme perché potevo davvero sentirmi cantare.”
Sfortunatamente, al momento alcuni responsabili dei templi sono insensibili ai pericoli della perdita di udito e hanno rifiutato il consiglio di devoti esperti di gestione del suono.
Nonostante questo Arjuna e Dvija Vara continuano a creare della consapevolezza e chiedono ad altri di aumentare la consapevolezza del problema.
Dvija Vara conclude ammettendo che: “Ovviamente, alla fine della giornata, quando è presente il maha-mantra, ogni kirtan, forte o meno forte è speciale”.
Madhava Smullen (dal sito ISKCON News)
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Tutti conosciamo il famoso camaleonte ma esiste anche l’insetto stecco, l’insetto foglia e la Mantide fantasma.
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Indiscutibilmente tra gli immigrati il numero dei criminali è superiore alla percentuale presente nei paesi ospitanti.
Ma questo fatto varia enormemente da paese a paese.
La Francia e l’Inghilterra sono indiscutibilmente i due paesi dove la criminalità e il terrorismo sono più diffusi tra gli immigrati.
Possiamo ben dire che si tratta di nazioni con una fortissima tradizione coloniale dove l’atteggiamento verso gli immigrati di alcune etnie non è mai stato particolarmente ospitale. Il Canada e la Svezia sono invece esempi di una grande capacità di relazione con gli immigrati. Si è investito molto nell’integrazione e questo fatto ha dato i suoi frutti in termini di pace sociale e minimizzazione dell’incidenza delle tipologie criminali.
Dovremmo chiederci quale follia guida il comportamento degli stati verso gli immigrati, quando vediamo paesi come l’Italia dove centinaia di migliaia di immigrati vengono accolti in centri di raccolta senza che venga gestita un’attività di formazione e socializzazione, dove si vive in condizioni igieniche spaventose, si mangia uno schifo e dove essi sono esposti a ogni tipo di sopruso da parte di chi dovrebbe ospitarli assisterli e proteggerli. E che esempio diamo a questi ospiti lasciando che bande di corrotti intaschino milioni di euro di contributo statale senza che vi sia un controllo sulla qualità dei servizi offerti? Le intercettazioni telefoniche di alcuni grandi faccendieri ci fanno sapere che queste lobby criminali parlano dell’assistenza agli immigrati come di un affare più redditizio dell’eroina. E che dire delle centinaia di migliaia di immigrati che vengono fatti lavorare in nero con paghe vergognose, trattati dai caporali come spazzatura della quale è lecito abusare anche fisicamente? Certamente se si accoglie in questo modo chi arriva in Italia fuggendo da guerre e miseria, si dà proprio un buon esempio. Quel che diciamo loro con i fatti è che il nostro paese è regolato dal sopruso, dalle astuzie dei furbi, dalla prevaricazione dei prepotenti. Forse, se temiamo la criminalità degli immigrati, dovremmo iniziare a occuparci di reprimere duramente la nostra nazionale, italica malavita.
Ma cosa vengono a fare qui questi negri?
Quando si discute con chi è preoccupato per le orde straniere sul suolo patrio si arriva presto a dire che se queste persone arrivano qui da noi non possiamo stupirci perché per secoli abbiamo depredato i loro territori di esseri umani e materie prime. E negli ultimi 70 anni abbiamo investito cifre di denaro colossali per finanziare colpi di stato condotti da bande di assassini, ladri, torturatori.
A questo punto l’obiezione è sempre la stessa: non si può sempre andare a cercare le cause di quel che succede oggi secoli addietro.
Bhe, innanzi tutto bisognerebbe rendersi conto che se per secoli distruggi le economie locali forse poi qualche contraccolpo lo sperimenti. Pochi si rendono conto che la distruzione sociale in Africa è stata per secoli condotta in modo scientifico. Ad esempio vietando ai contadini di coltivare gli orti. Sembra incredibile ma in Rodesia c’erano leggi che prevedevano il taglio di una mano per chi coltivava patate. I neri dovevano dedicarsi esclusivamente alle culture industriali importate dai bianchi e dovevano comprare dai bianchi il cibo. E bianchi potevano vendere ai neri ma i neri non potevano vendere ai bianchi (vedi gli studi dell’economista Nanni Arrighi sulla Rodhesia: Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa, Einaudi, Torino, 1969).
Ma non si tratta solo di cause antiche.
Dopo che Bush ha dichiarato la Guerra al Terrore il numero di morti per le guerre che dal 1945 era in costante diminuzione è repentinamente di nuovo aumentato.
E non si può non ricordare che i peggiori terroristi islamici erano inizialmente formati e finanziati dai servizi segreti Usa, inglesi e francesi: Saddam era stato un ottimo alleato nella lotta contro i socialisti iracheni, Bin Laden e i Talebani venivano utili contro gli invasori sovietici dell’Afghanistan, l’Isis fu appoggiata per abbattere la dittatura siriana, le bande che oggi dilaniano la Libia furono foraggiate per combattere Gheddafi.
E gli eserciti occidentali che dovevano combattere il terrorismo hanno sparato su migliaia di donne e bambini, distrutto città e villaggi, torturato, stuprato, fatto affari con l’eroina. Al tempo dei Talebani l’Afghanistan produceva meno del 5% dell’oppio mondiale, oggi supera il 90%.
Come si può pensare che simili comportamenti non inducano milioni di persone a odiarci e molti di più a fuggire verso l’Europa dopo che il loro paese è stato ridotto a un cumulo di macerie?
Ma l’aggressione dei paesi industrializzati, contro i paesi più poveri, non è solo politica o militare. I nostri pescherecci, muniti di devastanti reti a strascico, stanno depredando le coste africane gettando nella miseria i pescatori locali. I nostri prodotti agricoli arrivano sui mercati dell’Africa a prezzi inferiori di quelli locali, grazie agli aiuti di stato (finanziamenti per i raccolti, l’allevamento, gasolio detassato, mutui agevolati eccetera).
Che dire poi dei sistemi di protezionismo nascosto che mettiamo in atto per sabotare le esportazioni dai paesi del sud del mondo?
Dietro alle innocue classificazioni sulla forma delle banane che l’Unione Europea ha redatto c’è un semplice sistema per escludere tutte le buonissime banane che vengono per lo più coltivate dai contadini locali. Decine di varietà di banane che sono un po’ più piccole ma più saporite dei bananoni prodotti dalle grandi piantagioni dove si coltivano ibridi che richiedono coltivazioni forzate, concimazioni e irrigazione che i contadini di quei paesi non si possono permettere. Noi possiamo vendere tutto quello che vogliamo in Africa, loro possono vendere solo quello che noi classifichiamo come vendibile sui mercati europei.
Questa si chiama guerra commerciale, ma noi la chiamiamo globalizzazione. Fa dei morti anche se non sanguinano. E produce milioni di disoccupati. Dove volete che vadano a cercare un futuro migliore?
E ancora alcune multinazionali, grazie alla corruzione di governanti locali, possono attingere alle materie prime pagando prezzi enormemente ribassati. E ancora si finanziano gruppi politici malleabili perché corrotti e ovviamente incapaci di investire nello sviluppo economico, visto che sono per lo più impegnati a derubare le casse dello stato. Quindi, quando vediamo migliaia di disperati sui barconi che solcano il Mediterraneo da sud verso nord, dovremmo chiederci prima di tutto, quale sia la misura dell’orrore che abbiamo portato nelle loro case per arricchire i nostri civili e legali stati democratici.
Quando si dice “aiutiamoli a casa loro” si dice una cosa giusta, ma poi si dovrebbe cominciare rinunciando alla spietata guerra economica che stiamo conducendo contro le loro economie locali.
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