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Hikikomori significa “stare in disparte” e in Italia vengono stimati tra i 100 e i 120 mila casi tra i giovani sotto i trent’anni. Di cosa si tratta?
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})Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino
Leggi anche:
Hikikomori: quei 100 mila ragazzi che si isolano in casa -

Quanti mutui concessi ad imprese che hanno beneficiato della moratoria prevista dal decreto “Cura Italia” diventeranno Npl?
In altri termini quanti mutui, il cui pagamento oggi è sospeso, andranno in default perché le imprese non ce la faranno a pagare le rate al termine del beneficio della sospensione? Secondo una indagine de Il Sole 24Ore condotta tra le principali banche italiane, “l’ondata di Npl sarà meno drammatica di quanto non si immagini” perché, in sintesi, oltre il 70% delle imprese che hanno ottenuto la proroga del pagamento delle rate posseggono un rating creditizio alto, quindi sono affidabili e pertanto potenzialmente in grado di tornare a pagare dopo l’interruzione.

Nel maggio scorso avevo già espresso, al riguardo, la mia diversa opinione basata proprio sulla interpretazione delle valutazioni dei sistemi di rating adottati dalle grandi banche che presentano dei bug molto pericolosi, invisibili a chi non li ha maneggiati per anni.
Per tale motivo sostengo che l’impatto degli npl sui bilanci delle banche sara’ almeno due volte più ampio di quello verificatosi post crisi 2008.
Ad ogni modo, tenendo presente una ventennale esperienza personale di studio e di applicazione di quei sistemi, non sono d’accordo sulla visione incoraggiante per un fondamentale motivo.
Perché si fa confusione tra i sistemi di erogazione creditizia basati sulle tecniche di scoring ed i sistemi di monitoraggio del rischio.
I primi sono utilizzati nella fase di prima concessione del finanziamento e nelle revisioni periodiche che teoricamente (e ripeto teoricamente) dovrebbero avvenire ogni 12-18 mesi. Determinano la cosiddetta “probabilità di default” della relazione affidata, cioè la probabilità in termini percentuali della insolvenza del rapporto nei successivi 12-18 mesi, sulla base di indicatori ormai superati e di cui parleremo prossimamente.
I secondi, invece, hanno una funzione di sorveglianza sistematica e continua con lo scopo di far focalizzare mensilmente l’attenzione del gestore sulle relazioni con indicatori di rischiosità significativi e predittivi di 12 mesi del deterioramento del rapporto.
Tali indicatori di pericolo, prodotti ogni mese ( e ripeto ogni mese), classificano l’impresa sostanzialmente in tre categorie:
- Aziende in “bonis”, quelle con andamento regolare
- Aziende “sotto osservazione”, quelle che evidenziano segnali di anomalia di una certa gravità e frequenza ma prevedibilmente superabili se non si interviene subito.
- Aziende “a rientro”, quelle che presentano un peggioramento talmente profondo che necessitano di un disimpegno da parte della banca, consapevole che puo’ anche andare incontro a perdite.
Questi segnali mensili sono poi letti ed elaborati dall’algoritmo dei sistemi di erogazione, cioè i primi, solo nel momento della revisione.
Appunto, se tutto va bene, ogni 12-18 mesi! Perché, solo chi ha vissuto quel mondo puo’ saperlo, uno dei drammi gestionali più sentiti dai bancari e’ la revisione periodica delle pratiche di affidamento che storicamente si porta dietro un fardello di “arretrato” mediamente di 6-12 mesi per cui molto probabilmente oggi le banche leggono (e comunicano a IlSole24Ore) rating creditizi relativi ad affidamenti revisionati almeno un anno fa.
Quando il mondo era completamente diverso!
Per semplificare provo ad utilizzare un paragone.
Pensate ad un uomo che ha fatto un controllo clinico-medico completo un anno fa e, in quel momento, risultava sano ed integro (e quindi con un rating ottimo!).
Dopo due mesi quell’uomo inizia a manifestare dei leggeri disturbi fisici, segnali che vengono percepiti dalla moglie (il miglior sistema di monitoraggio del rischio al mondo) che lo invita, ma non ci riesce, a ripetere tutto il check-up clinico.
Passati altri 4 mesi, quei segnali di malessere diventano sempre più profondi ed, insieme alla moglie, anche i figli pressano il padre affinché si rechi al centro medico per la “revisione” completa.
Nessun risultato, quell’uomo evita di controllarsi.
Arriva, dopo circa un anno, però, il momento in cui il centro medico obbliga quell’uomo a sottoporsi al test medico completo e solo a quel punto si scopre che ormai ha un male divenuto incurabile per effetto della mancata attenzione a quei segnali che avrebbero consentito, invece, una cura risolutiva.
Ecco, piuttosto che indagare sui rating creditizi forse sarebbe il caso di chiedere alle banche quante relazioni rispetto al totale sono, oggi, classificate “sotto osservazione” o “ a rientro”.
Perché quelle aziende non saranno in grado di rispettare il pagamento delle rate di mutuo appena terminato il periodo di moratoria.
Una fonte interna ad una grande banca mi ha riferito che la percentuale di aziende del suo portafoglio riconosciute nelle due categorie a rischio e’ raddoppiata rispetto ad un anno fa.
Un quadro completamente diverso da quello prospettato da IlSole24Ore.
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Ha portato Napoli al centro del mondo. Il resto d’Italia lo ha visceralmente detestato, Italia 90 ne fu teatro. E i potenti del calcio hanno sempre voluto schiacciarlo
Diego Armando Maradona è morto. A sessant’anni, dopo una vita a dir poco intensa. Vissuta come lui ha voluto. È assurdo oggi discutere cosa sarebbe stato se il suo comportamento fosse stato diverso. Molto semplicemente, non sarebbe stato Maradona.
È morto un leader politico. Che giocava a calcio come un dio. Ma un leader politico. È corretto, lo condividiamo, il paragone con Muhammad Alì. Entrambi hanno fatto politica attraverso lo sport. Simboli di una battaglia in difesa dei deboli. Che fossero neri, poveri, emarginati, vietcong. I due hanno sempre rischiato in proprio. Hanno sfidato il destino, la storia. E hanno vinto. Quando tutto il mondo non aspettava altro che la loro disfatta. A Kinshasa come a Città del Messico.
Maradona, da leader politico, annusava i momenti chiave. In campo e non solo. Attese la sfida con l’odiata Inghilterra per segnare i due gol che ancora oggi hanno marchiato a fuoco la storia del calcio.
Da fermo, ha reso carta straccia qualsiasi discussione sulla personalità, sulla leadership. Ha fatto notizia in ogni modo. In qualsiasi momento. In un letto d’ospedale. In un’auto della polizia. A quattordici anni come a quaranta. Lontano anni luce dagli eroi patinati del calcio attuale. Maradona è stato anche un simbolo e un rappresentante degli anni Ottanta che non sono stati solo quelli dell’edonismo reaganiano.
Maradona ha vinto a Napoli città profondamente distante dallo star system. Diciamo anche periferia del mondo. Dove nessun fuoriclasse sarebbe venuto. Scappava da Barcellona. Il documentario di Kapadia lo mostra perfettamente. Si rese subito conto dov’era arrivato. In una squadra mediocre. In un club modesto. In una città contraddittoria, ricca di soldi e di potere (altrimenti non sarebbe arrivato; senza i soldi del Banco di Napoli e senza il potere del pentapartito, l’operazione non si sarebbe conclusa) ma anche eternamente speranzosa e con l’etichetta di perdente affibbiata dalla storia. Altri sarebbero rapidamente fuggiti. Maradona si caricò tutti sulle spalle e tutti fece crescere: la squadra, il club, la città. Finendo poi imprigionato, questa è una parte della storia che la città non vuole vedere.
Elesse Napoli quartier generale della propria battaglia. Ne divenne il condottiero. Un giorno, D’Alema disse sarcasticamente: “Capo tavola è dove siedo io”. Ecco, per Maradona era effettivamente così. Napoli divenne capitale perché c’era lui. E ancora oggi, ovunque tu vada, una volta rivelate le origini, la risposta è: “Napoli? Maradona!”. Che sia Stoccolma o Johannesburg.
Si calò nella realtà. Gli bastò la prima partita, a Verona, per rendersi conto dell’odio nei confronti suoi e di Napoli. Era così in ogni stadio, soprattutto del Nord. In particolare Verona, Milano, Bergamo. E più il Napoli diventava forte, più cresceva l’avversione. Che non era solo sportiva. Nel 90 a San Siro, prima di Inter-Napoli, i tifosi interisti srotolarono lo striscione “Hitler, con gli ebrei anche i napoletani”. Pochi mesi dopo, al Mondiale, l’inno argentino venne fischiato in ogni stadio d’Italia. Un poco persino a Napoli in quella semifinale Italia-Argentina che decretò la sua fine. A Milano, dopo la sconfitta contro il Camerun, rilasciò una dichiarazione da capo di Stato: “Grazie a me i milanesi hanno smesso di essere razzisti e hanno tifato per gli africani”.
Nella trasmissioni tv delle reti Mediaset c’era un clima di processo continuo. Anche da parte di chi oggi si professa grande estimatore di Maradona e simpatizzante del Napoli. Venne utilizzato persino Cesare Casella un giovane vittima di un lunghissimo rapimento. Fresco di liberazione, fu piazzato in tv a dire che Maradona gli stava antipatico perché non era un modello positivo per i ragazzini.
In modo molto più crudo, la sera della semifinale a Napoli Antonio Matarrese gliela giurò. Così come gliela giurò Blatter. Gli fecero perdere la finale contro la Germania, lo lasciarono in lacrime dopo averlo insultato e defraudato. Dopo qualche mese, venne trovato positivo alla cocaina e diede l’addio all’Italia e a Napoli scappando come un ladro. Da solo. Nella notte. Nel 94, venne prima rimesso in piedi per giocare il Mondiale e dare un senso a Usa 94, e poi gli furono segate le gambe con l’antidoping dopo due partite. Si erano spaventati che potesse vincere. Sia pure con molto ritardo, la battaglia politica con Blatter l’ha vinta. Postuma, possiamo dire. La storia da dato ragione lui. Che definì Blatter un mafioso.
Maradona è stato odiato in un modo che oggi è impossibile rendere. E ha un sapore acre assistere a questa ondata di miele che lo sta avvolgendo. Fisiologica quanto ipocrita. La morte ha questo potere. In cambio dell’addio definitivo, ti si concedono smancerie che quando eri in vita non sono mai state nemmeno pensate. Chissà, è una sorta di sollievo che rende magnanimi.
Ma lui, Diego, oggi commenterebbe tutto questo con un sorriso amaro. Ricordano cosa gli hanno detto quando era in vita.
Per gentile concessione de ilnapolista.it
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Alle soglie del Natale e alla vigilia del Black Friday, viene dalla Puglia una bella iniziativa per il sostegno della cultura e della lettura, all’insegna della sostenibilità: “Un albero per ogni copia del libro venduto”. Si tratta di un progetto nato in collaborazione tra Caporal Plant e Villa Carafa, per promuovere l’acquisto del romanzo di Alfredo De Giovanni, Carafa. Il sigillo del Cristo Velato, edito dalla casa editrice barese Gelsorosso.

Quanti fogli di carta da un albero si possono ottenere? Quasi 80 mila, stando alle stime del WWF. Per produrre una risma da 500 fogli di carta formato A4 sono necessari 1,7458 kg di cellulosa, Greenpeace ha messo in allerta sullo spreco di carta: pare che gli italiani siano tra i popoli che consumano più carta, 200 kilogrammi, cioè circa 80 risme di A4 (due alberi ogni famiglia da 4 persone). Fare a meno della carta nella nostra vita sarebbe impensabile: la parola d’ordine è dunque “riciclare” e anche reimmettere quello che si toglie dalla natura.
“L’idea è quella di valorizzare la nostra zona delle Murge: così come fa Alfredo De Giovanni nel suo libro. Come Villa Carafa e Caporal Plant vogliamo da un lato preservare questi territori piantando subito mille alberi e dall’altro di raccontarli grazie alla promozione attiva del romanzo” afferma la famiglia Confalone di Villa Carafa che ha trovato subito nella famiglia Caporale ascolto attivo e concreto.
La campagna sarà attiva per le prime mille copie vendute di Carafa. Durante il periodo natalizio verranno piantati i primi alberi, accuratamente selezionati dal punto di vista agronomico, nel territorio di Monte Carafa sito sulle Murge a margine di Villa Carafa.
“Carafa. Il sigillo del Cristo Velato”
A un anno dalle vicende di Otto. L’abisso di Castel del Monte, il geologo Paolo Manfrè e l’archeologa Sandra Bianco si ritrovano alla prese con una nuova sfida: la sparizione della statua del Cristo Velato. L’indagine si svolge in cinque giorni, alternandosi a una delle vicende d’amore più famose di tutte i tempi: quella tra Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, amanti perduti, appartenenti alla nobiltà del Regno di Napoli del XVI secolo.

Alfredo De Giovanni costruisce un thriller storico avvincente, che si dipana su tre linee temporali differenti e molto distanti tra di loro, ma intrecciate al punto tale da restituirci il senso dell’enigma del Cristo Velato, in una Napoli misteriosa, sospesa tra criminalità e passione e in cui si staglia la figura affascinante e complessa di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero.
Ed è proprio la Cappella Sansevero, fra i più importanti monumenti storici napoletani, a unire i tre livelli narrativi costituendo non solo lo sfondo e la scenografia del romanzo, ma l’elemento vivente la cui storia e fondazione costituiscono parte essenziale dei fatti narrati. Lo stesso dicasi di Villa Carafa, dimora cinquecentesca dei duchi d’Andria, che rappresenta il ponte ideale tra Napoli e la Puglia di cui vengono ricordati i valori identitari e peculiari del territorio di Andria e della Murgia e testimone, nel romanzo, della passione fra Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa.
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Gli italiani sono più interessati al Black Friday che al lockdown. È quanto emerge da uno studio condotto dall’agenzia Seo Avantgrad.com che ha analizzato le ricerche su Google Trends. Negli ultimi 30 giorni la parola chiave “Black Friday” è stata più digitata della parola “lockdown”. Negli ultimi 90 giorni l’interesse dei consumatori si è spostato dalla moda alla tecnologia. Che si tratti di regali di Natale fatti in anticipo per risparmiare sul prezzo, prodotti di cui si ha più bisogno dovendo trascorrere più tempo in casa o piccole gratificazioni extra, il trend è chiaro: sotto Natale si diventa più consumatori e meno interessati alla pandemia.
Il prodotto più cercato
Con quasi 4.7 milioni di digitazioni sui motori di ricerca solo nel mese di novembre, il prodotto più cercato è PlayStation 5, non propriamente un elettrodomestico di prima necessità.
Disparità tra nord e sud
Si riscontrano significative disparità tra la propensione al consumo dei cittadini residenti nel nord Italia e quelli ubicato nel sud. Come pubblicato dalla testata Il quotidiano del Sud, ad esempio, in Basilicata nel mese di ottobre c’è stato un crollo dei consumi del -16,7%, ma il trend più negativo è in Campania, con -31,5%. Quanto ai consumi in città, chi fa peggio è Firenze, con – 42,8% e – 41% nel progressivo anno. Un trend riscontrato anche da Confimprese: nello specifico le rilevazioni della flash survey del Centro studi Confimprese sui primi 15 giorni di novembre, che registra un calo -55% degli ingressi nei centri commerciali.