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Il romanzo “Un’Anima in Viaggio” di Renzo Samaritani ufficialmente in vendita da oggi, Monetti Editore

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Nadia Mirasoli intervista Renzo, ascolta in radio:

con le poesie di Massimiliano Deliso



Sofia Mehiel intervista Renzo:

D: Chi è Renzo Samaritani?

 

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R: E’ un ragazzone di cinquant’anni che, da sempre, ha una grande passione per la scrittura, la buona cucina, il lavoro nel campo delle comunicazioni, l’esplorazione culturale. Da bambino mi capitava di andare con i miei genitori in un cimitero, guardavo mamma e papà con aria stranita perché mi sembrava così chiaro che nelle tombe non ci fosse nessuno, che l’anima era da un’altra parte e non capivo come loro potessero piangere davanti a delle lastre di marmo. Guardavo le tombe e pensavo: “E’ ovvio che da qui l’anima non c’è mai passata, esce dal corpo ed entra direttamente in un altro… è così chiaro!” Era come aver dentro di me le prove scientifiche dell’esistenza della reincarnazione. Lampante, ma allo stesso tempo non ebbi mai il coraggio di parlare di questa cosa con nessuno. Ci pensavo spesso, mi chiedevo chi fossi stato nelle vite precedenti. Da allora non ho mai smesso di pormi domande, e di leggere libri su argomenti spirituali.

D: Mini storia – ma non dire proprio tutto – se vediamo interesse del pubblico allora approfondiremo e se vuoi anche nel discorso familiare… tua madre.

R: Molti anni fa il mio veicolo preferito era la radio ma già utilizzavo anche internet, blog, forum, gruppi di discussione in cui sono venuto a contatto con diverse realtà. Il “Villaggio di Luce”, per esempio, e’ stato un’esperienza interessante in cui abbiamo approfittato del momento dei gruppi Yahoo! per raccogliere sognatori e ricercatori spirituali, scambiare esperienze e idee su un percorso che è stato utile a molti. Ho trovato anche importanti ispirazioni, imparato molto sulle tecniche antiche e moderne di catarsi psicologica e spirituale tramite il teatro, la letteratura. L’attuale Associazione è la naturale evoluzione del Villaggio, con il nuovo progetto “Sole e Luna” e’ nata l’idea di lavorare su me stesso in un modo nuovo, creativo, proiettando una mia “personalità letteraria” che fosse libera dalle limitazioni quotidiane, una specie di “doppelganger” che viaggiasse intrepido nei territori del sogno, delle possibilità e ne riportasse tesori preziosi anche per la mia evoluzione nel mondo interiore reale. La protagonista dei miei romanzi, Stefania (pubblicato con Monetti Editore) era in condizione di fare qualunque cosa io avessi mai desiderato o sognato, aiutandomi a focalizzare e visualizzare.

Ormai lei è parte integrante della mia vita, è la mia migliore amica. Mi ha insegnato a scrivere, a esprimermi in modo creativo, è stato un regalo di valore inestimabile. La mamma di Stefania costituisce la rappresentazione dell’archetipo “madre” della mia vita interiore. Mia mamma è Helga Schneider e le sue opere sono tradotte in tutto il mondo ma non c’è rapporto fra noi, viviamo a tre isolati e abbiamo conflitti irrisolti da quando me ne sono andato di casa, circa quando avevo vent’anni. Un giorno su di un apparecchio radiofonico m’imbattei in una Radio Krishna Centrale appena sbarcata a Bologna: una certa Parama Karuna stava dando delle ricette di cucina. Io ero completamente affascinato dai discorsi strani di questa mistica radio che parlava di un certo Krishna e che dava ricette vegetariane, rispondeva a telefonate in diretta e ogni tanto partiva una canzone che diceva “Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare”. Presi subito il telefono in mano e composi lo 055820161 (ricordo ancora il numero a memoria): rispose Claudio Rocchi, noto cantautore italiano che in quelle vesti si faceva chiamare Krishna Caitanya das, che subito mi arruolò per produrre delle trasmissioni da un, per ora solo virtuale, ‘studio RKC di Bologna’. E così spedii a Firenze una prova di un mio ‘Radio Italia’. Fu approvata e trasmessa, e da lì continuai. Andai anche al tempio di Castel Maggiore, in provincia di Bologna, a una e più ‘feste della domenica’. Poche settimane e già un certo Dayanidhi mi aveva convinto a trasferirmici. Mia madre si ribellò; s’informò in questura se suo figlio potesse vivere in un tempio, le dissero che un maggiorenne aveva ogni diritto di scegliere il proprio domicilio e la religione che più lo convinceva. Facevo ragionamenti che non poteva condividere e sostenevo concetti che trovava estranei, incomprensibili, proiettati in un mondo che lei definiva ‘arcaico’. Cominciarono discussioni, malumori, un abisso sempre più grande, alla fine un’incompatibilità insuperabile. Ma non era ancora finita… Nel 1995 lessi, sul Corriere della Sera, che Helga Schneider aveva scritto un romanzo e che era considerato un caso letterario. C’incontrammo e la rimproverai di aver raccontato la verità su sua madre, membro della Waffen SS e guardiana ad Auschwitz Birkenau, all’Italia intera. Il libro in questione è “il Rogo di Berlino”, ora un long seller. Che tutti sapessero di questa nonna ‘mostro’ mi metteva a disagio. Da un lato questa madre “fuori dai canoni” era molto stimolante. Lei scriveva e io fin da piccolo volevo scrivere. Lei amava fotografare e io la imitavo con una macchina fotografica finta. Lei dipingeva e anch’io volevo dipingere, poi mi limitavo a disegnare e con gli amici del cortile vendevamo le nostre “opere” su un panchetto improvvisato davanti al nostro palazzo. Lei trasmetteva alle radio libere e io andavo con lei a occuparmi della conduzione tecnica. Lei raccoglieva un gruppo di bambini e insieme a me ci portava in una tivù libera per realizzare una trasmissione dal titolo “La tavola verde”, per la quale abbiamo anche ricevuto un premio. Lei da piccolo mi trascinava nelle gallerie d’arte e io mi annoiavo da morire! Ma poi c’è stata la grande ferita, quando lei ha pubblicato il libro che raccontava di sua madre guardiana delle SS mentre io, suo figlio, ne ero totalmente all’oscuro.

D: Radio… e poi scrittore

R: Leggo e scrivo da sempre, da quando ero bambino. E’ una pratica fondamentale per la mia persona. Sono particolarmente legato alla Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Milan Kundera perché dimostra come nella vita quello che
scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. C’è però l’arte di trasformare le cose pesanti in leggere. Yin e Yang possono essere tradotti approssimativamente come il lato in ombra (Yin) e il lato soleggiato (Yang) di una collina, con la mia Stefania cerco di imparare dalla vita come passare da una collina all’altra.

Il libro che mi ha affascina piu’ di tutti e’ La profezia di Celestino, di James Redfield. Quando l’ho letto per la prima volta ho subito sentito che parlava di una profonda e urgente verità, di qualcosa che avevo sempre cercato e che volevo esplorare. L’ho riletto un sacco di volte, con una gioia sempre viva e con sempre nuova ispirazione e soddisfazione. Mi piacciono anche i brevi testi poetici, che esprimono sentimenti, sensazioni e riflessioni profonde, come le poesie giapponesi, che sono dei piccoli gioielli. Quello che pero’ leggo di piu’ sono gli articoli di informazione alternativa.

D: Il tuo matrimonio, la tua energia, il tuo futuro… racconta.

R: Se esistesse un “gene dello scrittore” si troverebbe probabilmente nel mio DNA… Mia madre scrive da quando era bambina e lo faceva anche suo padre. Io ho sempre saputo, fin dai primi anni delle elementari, che sarebbe stata la mia strada.
Si tratta di una vera e propria necessità per me: faccio molta fatica a comunicare a voce, anche con le persone che hanno un posto importante nella mia vita. Le cose che voglio dire, ho bisogno di scriverle. Sarà timidezza, sarà il vantaggio di poter riflettere meglio su ciò che si vuole esprimere, sarà la possibilità di ricordare meglio ciò che si è vissuto e percepito. Comunque resta il fatto che scrivere è importante per me come il cibo quotidiano.

Certamente l’esempio di mia madre mi ha ispirato e offerto l’opportunità di osservare da vicino la vita di una scrittrice affermata e le realtà del mondo editoriale, ma preferisco fare da solo le mie scelte, sia per lo stile che per gli argomenti, che per le collaborazioni letterarie. Credo che si tratti di un processo di crescita personale del tutto naturale e desiderabile. Poi l’amore, quello vero, quello che arriva dalle vite precedenti, la persona che da sempre insegui e che t’insegue, Massimiliano, l’uomo con il quale mi sono unito civilmente grazie alle nuovi leggi italiane, naturalmente modificherà la mia scrittura, entrerà nel futuro di Stefania.

D: I tuoi prossimi impegni

R: Un numero crescente di persone si sta rendendo conto del fallimento e dei pericoli imminenti creati dallo sviluppo non-sostenibile a livello globale, dei difetti del sistema economico, sociale, politico, culturale dell’occidente ed è in cerca di un’alternativa fattibile, che risolva i gravi problemi in cui si trova il genere umano.

Siamo all’alba di un nuovo capitolo della storia umana, il vecchio stile di vita si sta esaurendo – nel bene e nel male. Voglio parlare di tutto questo nei miei prossimi romanzi.

D: Perchè un uomo col tuo forte carattere e cultura non ha mai pensato ad una carriera politica?

R: Politica non è un mestiere, è un servizio. Ma nel senso di servire, non di servirsi o circondarsi di servi. (Cit. Marco Travaglio)

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“Lasciami andare, madre”, un estratto

Si arresta perché ha ripreso a tremarle la mascella. Lo
sguardo si fa tetro, cerca, con la mano malferma, di bloccare
quel tremito, di impedire il lugubre ticchettio dei denti. È uno
spettacolo penoso.
Mi alzo, faccio qualche passo. Mi avvicino dapprima al
televisore, poi a una bella pianta ornamentale. Accarezzo
meccanicamente una grande foglia dura e luccicante.
«Sei cattiva!» sbotta mia madre dalla sua poltrona, e scoppia
in un pianto violento e convulso. Sono prostrata. Consulto
l’orologio con angoscia. Lei sembra non tollerare quel gesto.
«E non guardare sempre quell’orologio,» strilla «non voglio
che tu vada via!».
Continua, seppure più sommessamente, a piangere. Io non so
che cosa dirle. Tornare sull’ultimo argomento è fuori
discussione. Non voglio dirle più niente. Sono come svuotata.
L’ultima cosa che mi sarei aspettata è la domanda che mi fa
di punto in bianco: «Non avevi un figlio?».
Cado dalle nuvole. «Te ne ricordi?».
«Vagamente… Era piccolo».
«Sì, te l’ho portato quando sono venuta a trovarti qui a
Vienna, nel ’71»
«Tu, a Vienna? Con il tuo bambino? Quando?».
«Ventisette anni fa».
«Ventisette…» ripete sgomenta. «è passato tanto tempo?».
«Già, tanto tempo» rispondo amara.
«E poi, quando siete tornati?».
«Non siamo mai tornati».
Scuote la testa. «Non sono tornati. Non sono tornati… Mai
più?».
«No, mai più».
«Ma io sono una madre» dichiara a un tratto con voce carica
di rimprovero.
E io sono una figlia, vorrei rinfacciare. Ma sto zitta.
C’è una pausa, lei fissa un punto vuoto nell’aria.
«Perché oggi non sei venuta con il tuo bambino?» chiede
infine con voce delusa.
«Non poteva per motivi di lavoro» rispondo. «Ormai è un
uomo. Ha trentadue anni».
Mi fissa sconcertata.
«Trentadue? È già così grande?». Sembra attonita.
Annuisco. «Sì. Il tempo vola». Mi rendo conto di aver usato
una frase fatta, assurda in quel contesto; ho la mente
infiacchita.
«Ed è sposato?».
«Non ancora».
«E tu hai un marito?».
«Sono vedova».
Riflette. «Probabilmente era già molto vecchio» calcola.
«Mio marito è morto a quarantasette anni» rispondo.
«Davvero?» commenta incredula. Si preme due dita sulle
tempie ed emette un profondo respiro, come se tutte queste
rivelazioni le opprimessero la mente.
«E hai denaro a sufficienza?» domanda infine.
Accenno di sì. E ripenso a quell’oro che mi voleva dare nel
1971. «Potrebbe servirti in caso di bisogno» mi aveva detto. E
mi aveva perduta.
«Parla di me, qualche volta?». La guardo stranita. «Mio
nipote si ricorda di me?».
No, non si rende conto. Non può immaginare il trauma
subìto da Renzo quel giorno a Vienna. Aveva cinque anni.
L’indifferenza di mia madre era stata per lui una delusione
straziante. Si era illuso di trovare una nonna – perché quella
paterna, a lui mezzo austriaco, preferiva apertamente i nipoti
italiani -, e invece si era visto ignorato, se non respinto. Con
lui, di mia madre, non avevo parlato mai più.
«Un giorno me lo porterai?» domanda ora lei con voce
tenera, con una commozione quasi convincente.
«Sì» mento.
«E mi porterete le rose gialle?».
Chissà da dove proviene questa passione per le rose gialle.
Che fossero un omaggio abituale del suo misterioso amico di
Berlino? E costui, che ruolo avrà avuto nella sua vita?
Seguendo il corso di questi pensieri devo aver fatto un
involontario cenno affermativo, perché mia madre incalza: «E
tuo figlio mi chiamerà Oma?».
Oma. Nonna, nonnina. No, non credo che mio figlio la
chiamerebbe mai così. Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è
ancora plumbeo, ha ripreso a cadere una pioggia leggera.
Alle mie spalle la sua voce ripete: «E tuo figlio mi chiamerà
Orna?».
Mi volto. Fisso quegli occhi azzurri che mio figlio ha
ereditato.
«Sì, ti chiamerà Oma…».
In quel momento risuona il secondo gong del pranzo. Mia
madre trasale. «Io non voglio mangiare!» grida sgomenta.
«Voglio parlare ancora con te».
Ha gli occhi sbarrati, lo sguardo implorante, ma non le trema
più la mascella.
Si alza, muove qualche passo verso di me. «Non andare via,
non andare via!».
Mi afferra le braccia, si abbandona come se volesse cadere in
ginocchio al miei piedi. La sostengo, la riconduco pian piano
alla sua poltrona.
«Vuoi che ti racconti ancora qualcosa?». Sa che è il solo
modo per trattenermi.
Io sono in piedi, e per guardarmi in faccia è costretta a
rovesciare il capo. In quella posa, con il corpo accartocciato, le
braccia incrociate sul petto, sembra ancora più fragile. Ma nel
suo sguardo si è già accesa una nuova scintilla.

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VERONA, 23 ottobre ore 18: HELGA SCHNEIDER presenta il nuovo libro

Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti ‘ alla Feltrinelli di via Quattro Spade 2

Verona, 23 ottobre 2019 ore 18 .00
la Feltrinelli via Quattro Spade 2
HELGA SCHNEIDER
presenta
Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti
(Oligo Editore)
conduce la conversazione Davide Bregola

Il libro
Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti
Dieci racconti che narrano vicende di fame, sofferenza, speranza, miseria, memoria, guerra e solidarietà. Raccontano vicende degli anni ’30 e ’40 del Nazismo e del Terzo Reich, ma lo fanno nel modo sublime dei grandi scrittori: partendo da personaggi della quotidianità. Aguzzini che si intrecciano a fanciulle indifese, spie e anziani nascosti per sfuggire alla morte, donne eroiche e soldati fragili. La grande letteratura dell’autrice de Il rogo di Berlino e Lasciami andare madre (Adelphi) è qui rappresentata in pagine di lucida disamina dell’animo umano. Pagine 172, prezzo 15 euro

«In vent’anni del mio percorso letterario sono andata in moltissime scuole italiane per testimoniare della dittatura nazista, che ho vissuto sulla mia pelle da bambina. Intendevo sensibilizzare i ragazzi sulle leggi razziali nazifasciste che hanno causato l’uccisione degli ebrei e di altre minoranze innocenti mediante il soffocamento col gas, e poi bruciate nei forni crematori dei lager di sterminio. Ultimamente si avvertono precisi segnali che nelle scuole italiane non si insegni più la Storia contemporanea, per cui si parlava e gridava su tutte le strade e piazze “Fascismo! Nazismo!”, ignorando in realtà che cosa siano state le due dittature. Purtroppo sono venuti a mancare i veri testimoni, creando un vuoto di Memoria della Storia. Io sono una testimone del Terzo Reich e desidero offrire con i miei racconti un affettuoso monito che ribadisca ancora una volta: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”». HELGA SCHNEIDER

Helga Schneider nasce nel 1937 in Slesia, territorio tedesco che dopo la seconda guerra mondiale sarà assegnato alla Polonia. Dal 1963 vive in Italia, a Bologna. Ha all’attivo libri per Rizzoli, Salani, Einaudi e Adelphi. In particolare, si ricorda Il rogo di Berlino (1995, vincitore del Premio Rapallo Carige). Nel 2019 ha vinto il Premio Renato Benedetto Fabrizi dell’ANPI perché «propone ai cittadini del mondo e alle nuove generazioni la propria vicenda e quella della propria gente nel momento più buio della storia e dell’umanità».

www.oligoeditore.it

Quando il destino decide che non devi essere felice

di Helga Schneider

Storie vere.
Quando il destino decide che non devi essere felice

Chiamiamola Sara. Io l’ho conosciuta.
Sulla foto era ancora adolescente, ma sarebbe diventata una bellissima donna.
Di famiglia numerosa, semplice, povera ma onesta, a diciott’anni viene assunta in un’elegante boutique di Bologna. Il proprietario, scapolo, a sua volta bello, sofisticato, di famiglia nobile, si innamora di Sara e lei di lui.
Lui la prende con sé nella sua splendida villa.
Sono felici.
Viaggiano insieme. D’estate vanno sui lidi più esclusivi, Sardegna e simili.
Un’estate lei, che adora il sole, desidera andare su un’isola greca. Lui invece vuole visitare la Scozia. Vince lui.
Ma in Scozia, con una macchina presa a noleggio, hanno un incidente. Lui muore sul colpo.
Lei ritorna in Italia con la bara del suo uomo sull’aereo.
Il dolore è devastante.
Lei si ammala di un tumore al cervello.
Se ne va, giovanissima, bellissima, lasciando la famiglia d’origine affranta.
Abbiamo così spesso l’impressione che il destino colpisce ciecamente.
Oppure, come dicevano gli antichi, il destino è geloso di quelli che sono felici.