CENTOMILA CAFFE’

Ora, nella mia mente affiora il ricordo di Ersilia. Ella Aveva una lunga treccia bianca, che sempre si faceva pettinare da una ragazzina che veniva ad aiutarla nei lavori di casa. La ragazzina aveva uno sguardo furbo e la sua bocca spesso si apriva in un sorriso. Era l’ultima di una famiglia composta da quattro fratelli e una sorella. Abitavano in un paesino del meridione: San Marcellino dove le strade erano lastricate da massi grandi e dove al mattino, gli adulti andavano con il trattore, a lavorare nei campi e le bambine rimanevano a casa per tenerla in ordine. Quello che io notavo quando mio padre ci portava in quel luogo era un’aria di falso pudore, per segreti che volevano la donna pura e l’uomo dominatore. Infatti, quelle ragazzine
represse da una mentalità dove tutto era peccato, appena nessuno le vedeva mostravano atteggiamenti e ammiccamenti che nulla avevano di innocente. Io e mia sorella arrivavamo dai nostri parenti vestite con minigonne e mostrando atteggiamenti liberi ma innocenti, come andare da sole a fare una passeggiata. Ersilia ci guardava con affetto ma anche con un senso di protezione, perché capiva che potevamo essere facili prede. Quindi con estrema decisione chiudeva le porte e le finestre di casa e ci obbligava a rimanere in cucina senza potere guardare fuori dalla finestra. Il divertimento di mia sorella era quello di litigare con una vicina di mia zia. Lei era una ragazzina invidiosa e prepotente che voleva obbligarla a giocare o a parlare secondo i suoi dogmi. Al colmo della rabbia, un giorno, mia sorella dalle parole passò ai fatti e litigando con lei, le capito tra le mani una cipolla e gliela tiro con tutta la forza che aveva e la colpi in pieno petto. Mia zia aveva un cuore d’oro e per farci cosa gradita ogni mattina metteva sul terrazzo una tinozza, la riempiva d’acqua la faceva scaldare al sole e verso mezzogiorno io e patrizia stavamo ore a fare il bagno, in libertà, in questo recipiente. Intorno a noi non c’erano ne’case ne’ persone…ma solo alberi e fichi d’india.
Il pomeriggio con la compagnia di qualche adulto iniziava la processione verso il bar e verso i parenti. I clienti del bar erano unicamente uomini che in cerchio, stavano seduti all’esterno e al nostro passaggio ci lanciavano occhiate languide di quelle che ti”spogliano con gli occhi”. Finamente arrivavamo a casa dei nostri parenti. I nostri lavori umili ci facevano sentire a disagio e ci relegavano in un ruolo d’inferiorita’ alla scoperta che zii e cugini sono tutti notai e avvocati e hanno mogli che non sono donne ma sante. L’unica pecora nera era Maria: una zia che abitava a Napoli. Una bella donna che voleva vivere la vita in allegria e cercava di stare a galla con espendienti alle volte, poco ortodossi,in una società dove la volevano stupida e repressa. Lei era una donna passionale che si sposo’per amore. Ma il marito ben presto svelo’ la sua vera natura. Nene’ era un uomo geloso e possessivo che continuamente le faceva scenate per una telefonata in più o una camicetta scollata. Le chiacchere su di lei si perdevano nella notte dei tempi, più che altro per invidia. Alla sera ci si riuniva tutti nel cortile immenso che circondava la casa di Ersilia. Si chiaccherava e si rideva e quando ci veniva sete mia zia ci chiedeva il favore di andare a prendere qualche bibita fresca in una grotta che era il suo frigo. Noi ci entravamo un po’ timorose, perche questo voleva dire immettersi in un tunnel lungo e scuro. Ma a ripensarci ora era un mondo magico e incantato dove il tempo si era fermato e che non tornerà mai più.

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